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da Legno Storto:

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L’allegro catastrofismo di Caldoro e de Magistris

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Se vi accusassero pesantemente, al limite dell’ingiuria, rispondereste con solare gaiezza? E se foste certi di un imminente disastro sociale, vi dareste da fare per organizzare una festa milionaria? Io no di certo. Eppure, il sindaco de Magistris dichiara che le inchieste della magistratura, che lo fanno sentire ingiuriato, gli producono uno strano effetto: lo fanno ridere. Mentre Caldoro, che ora è d’accordo con l’apocalittico Casaleggio e si dice sicuro che saranno Napoli e la Campania i prossimi “punti di attacco” di disordini e rivolte è lo stesso che ha dirottato milioni e milioni di euro sull’organizzazione delle regate nel golfo, quelle con con annessi premi e cotillons. Uno lo ingiuri e ti sorride, l’altro sta per annegare e festeggia. Temo per loro più che per noi.
Marco Demarco

A lu suono d'a grancascia, viva viva la gente bascia

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Il sindaco de Magistris ha incontrato il ministro dei Beni Culturali. Tema dell’incontro: le resistenze opposte dal Soprintendente di Napoli alla realizzazione degli unici due (in senso assoluto) progetti rivoluzionari dell’amministrazione comunale su quello che una volta si chiamava Largo di Palazzo e sul lungomare di ponente.
Sembra una bega infantile tra due fratelli. Un litigio con la richiesta di uno dei due al genitore di farsi arbitro della questione. L’episodio ha tutti i tratti dell’infantilismo: le pretese, i rifiuti, piedi pestati in terra, rinfacci e ricattucci. Ma non è così. Non è una manifestazione fastidiosa seppur comprensibile di una maturità non ancora raggiunta. Tutt’altro.

L’episodio ha tre protagonisti: il Soprintendente Giorgio Cozzolino, nel ruolo del cattivone, che si ostina a pretendere il rispetto dei vincoli gravanti su Piazza del Plebiscito e su uno dei luoghi simbolo di Napoli per eccellenza, la litoranea che va da Largo Sermoneta a Via Nazario Sauro; il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, in quello dell’offeso, ché vede frenati i suoi slanci per “vitalizzare” due siti protetti ed infine il ministro dei Beni culturali, Massimo Bray, nella parte del papà, al quale il “piccolo sindaco” si rivolge per poter ottenere una maggiore liberalità nell’interpretazione del disposto di legge sui vincoli di tutela.

Se la caccia al nemico rispolvera l'odio di classe

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Sono preoccupato. Lo sono per le manifestazioni di violenza che tracimano dal web senza veli. Scene barbariche di decapitazioni, stupri, linciaggi che all’epoca del telefono a gettone e della televisione in bianco e nero non riuscivamo neanche ad immaginare. Assisto annichilito a scontri cruenti tra fazioni, popoli, etnie e religioni che credevo appartenessero ormai alla storia. E la mia preoccupazione cresce nel constatare l’imprevedibilità e la velocità con cui si passa dallo stato di pacifica coesistenza a quello di feroce contrapposizione. Il confine tra le due condizioni è molto labile.

Qualcuno potrebbe obiettare che la mia inquietudine sia eccessiva. Forse è il riflesso di uno stato d’animo derivante dal mio vissuto giovanile quando gli steccati ideologici erano alti e robusti. Ho attraversato gli Anni di piombo da uomo delle istituzioni, conquistando il rispetto, se non la stima, di quelli che le ragioni storiche e politiche volevano che fossero miei avversari. Ho conosciuto la tensione, l’incomunicabilità, e, per fortuna raramente, l’odio e ringrazio Iddio che tutto ciò sia finito.

Borghesia e plebe nella Napoli Arancione

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Il “lungomare” sarà stato pure liberato, ma i luoghi comuni sono duri a morire. La litoranea Caracciolo-Partenope-Sauro, perduta la funzione di collegamento degli antipodi costieri, è ormai un’area disponibile per le attività circensi, medie e grandi attrazioni e manifestazioni di associazioni ed è, prodigiosamente, diventata uno strumento in grado di affrancare il proletariato urbano dalle condizioni di sottosviluppo sociale. Almeno così appare dalla lettura delle analisi sociologiche redatte dagli autorevoli collaboratori del primo cittadino di Napoli.

Uno di questi maître à penser per arginare la valanga di critiche all’ennesima manifestazione-obbrobrio, accompagnata come sempre da un’invereconda scia di bancarelle e danze tribali, ha tirato fuori una singolare teoria secondo la quale le “maestose architetture” - ovviamente borghesi - “che fronteggiano Castel dell'Ovo”, siano state realizzate per celare ai sensibili e pudibondi occhi borghesi, l’insopportabile vista di «un ghetto, la cui segregazione urbanistico-spaziale è funzionale alla segregazione sociale che si è determinata ai danni della popolazione che ci vive: in condizioni malsane, di miseria e di dolore».

Il riscatto della plebe grazie al lungomare liberato

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La singolare analisi di Alessio Postiglione, assistente del Sindaco de Magistris, che si scaglia contro "la borghesia reazionaria (!) che vorrebbe segregare i poveri!"
Quando il lungomare di Napoli è stato chiuso al traffico veicolare, anzi 'liberato' dai tubi di scappamento delle automobili, l'intento del Sindaco era quello di farne il fulcro del rilancio dell'immagine della città e il simbolo della propria azione amministrativa, volano per il turismo.
Si parlava di immagine e turismo, di riscatto e riappropriazione di un pezzo della città. È anche per queste ragioni che, dinanzi a delle foto pubblicate sul primo quotidiano cittadino Il Mattino raffiguranti una manciata di persone impegnate in balli estivi, in molti si sono indignati esprimendo disappunto e rabbia per il modo in cui l'amministrazione comunale ha inteso 'valorizzare' l'area. Le scene raffigurate hanno spinto alcuni ad andare oltre nei commenti, esagerando e violando il doveroso rispetto che si deve riconoscere ai singoli, ancor più se bambini, di divertirsi. Il Mattino ha pubblicato le fotografie senza oscurare i volti e sebbene non si trattava di un episodio efferato di cronaca, buona norma avrebbe dovuto spingerli a usare le immagini con le dovute cautele.

L'autunno delle coscienze

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Il tasto batte dove il dente duole, lo sappiamo. E quale sia il mio personale dente, è altrettanto noto: si chiama Forum Universale delle Culture. É una di quelle cose su cui non riesco a smettere di dannarmi l’anima, perchè mi è chiarissimo come questa – e non tutta la marea di sciocchezze che sono state calate sulla città, negli ultimi due anni – avrebbe potuto essere una straordinaria occasione di riscatto e di rilancio per Napoli.

Una chiarezza che, invece, non hanno mai avuto né il Sindaco de Magistris, né il Presidente Caldoro, né le loro giunte, che hanno preferito trastullarsi con una serie di eventi spettacolari, costosissimi quanto di grande visibilità mediatica, ma totalmente privi di effetti duraturi. Sia sul piano economico, sia sul piano strutturale.

Eutanasia di una città

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IL PATRIMONIO MONUMENTALE DI NAPOLI TRA ABULIA, COLLUSIONI E DEGRADO
Non ne posso più della ininterrotta teoria d’immagini vintage di Napoli che circola in rete. Immagini color seppia, spesso corredate da nostalgiche didascalie, quasi che immortalassero l’età dell’oro di Partenope.“Che bei tempi”, “vorrei tanto tornare a qui tempi”, “altro che adesso”. I bei tempi dei fetidi “vasci” e della grotta degli spadari descritti da Jessie White Mario o quelli degli immondi fondaci dei racconti del Villari.

Non la reggo più. Ed il fastidio cresce esponenzialmente mentre guardo le immagini della rivolta popolare turca. Il raffronto con quanto sta accadendo alla Villa comunale di Napoli è inevitabile. Ad Istanbul, il disegno di cementificare l'area del Gezi Park e la piazza Taksim, ha scatenato la dura protesta dei cittadini. Rivolta placatasi solo con l’annullamento del progetto per l’intervento di un tribunale turco. A Napoli, invece, la cancellazione dello storico giardino pubblico procede a tappe forzate senza suscitare apprezzabili reazioni. Un pezzo di parco è sparito per realizzare la stazione “Arco Mirelli” della Linea 6. Un altro lungo tratto, in prossimità di San Pasquale a Chiaja, privato dell’antica recinzione in mattoni e lastroni di piperno, ha assunto aspetto e funzioni di una corsia stradale, organica forse alla stazione in fieri di “San Pasquale”. In prossimità di piazza Vittoria, la grande cavità del pozzo di ventilazione sottrarrà altro spazio al verde mentre le lunghe lame di cemento dei sottoservizi pervadono il sottosuolo ed impediscono la libera espansione degli apparati radicali degli alberi.

L’impossibilità di essere normale

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Sono stato a Barcellona per la terza edizione di Videoakt, una biennale di videoarte. Il viaggio è stato anche occasione per alcune riflessioni; anche se non mi è stato possibile, purtroppo, incontrare Mireia Belil – Directora della Fundaciò Forum – per via degli impegni legati alla biennale.
Questo collegamento, ovviamente, è stato ed è per me il primo che mi viene in mente: Barcellona è la città catalana in cui è nato il Forum, Napoli è la città che dovrebbe ospitarne la prossima edizione. E quanto il condizionale sia ormai d’obbligo, è inutile sottolinearlo.

Fare un viaggio fuori dai confini nazionali, per chi vive a Napoli, è comunque altamente sconsigliato. Credo che questa sia un’esperienza comune a molti dei lettori del blog, e quindi conto sulla complicità allusiva del “io so che tu sai che io so”… tale esperienza, infatti, porta invariabilmente a porsi la (fatidica) domanda: “perchè qui no?”

L'orda barbarica ed il Grillo parlante

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Vi è un’immagine che più di altre stringe il cuore dei napoletani. Non occorre andarla a cercare nel dedalo dei vicoli del Centro storico o nei deserti alienanti delle periferie, là dove il degrado continua ad avanzare incontrastato su edifici religiosi e palazzi nobiliari, nelle arti e mestieri, nell’anima e nel corpo di questa martoriata città. E’ sotto gli occhi di tutti, distesa com’è lungo uno dei luoghi simbolo di Napoli che un’incolta minoranza s’incaponisce a chiamare “lungomare liberato” e a vilipendere con eventi imposti da una potestà d’imperio incondizionata, mai vista a Napoli prima dell’era de Magistris.
E’ la rappresentazione desolante e desolata che offre alla vista il quadrilatero delimitato dalla Riviera di Chiaia, Piazza Vittoria, Via Caracciolo, Piazza della Repubblica. L’area su cui Ferdinando IV volle creare un pubblico spazio, il “Real passeggio di Chiaja”.

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