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I sogni son desideri - Seconda Parte

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Chelsea-Bayern Monaco e Napoli-Barcellona danno il via alla seconda settimana degli ottavi di finale di Champions League. Il 30 maggio l’ultimo atto allo Stadio Olimpico Atatürk di Istanbul.

Dopo una prima settimana all’insegna delle sorprese, con tre gare su quattro vinte dalle squadre di casa classificatesi al 2° posto nei rispettivi gironi e l’unico KO tra le mura amiche registrato dai vicecampioni d’Europa del Tottenham, la fase a eliminazione diretta della Champions League 2019/2020 presenta altre quattro sfide piene di storia, fascino e novità, con match tra favorite che vanno ad affiancarsi a incroci dall’esito apparentemente scontato.

CHELSEA-BAYERN MONACO
Dal punto di vista storico, Chelsea-Bayern Monaco è indubbiamente l’ottavo più importante di quest’edizione della Champions: nel 2012 i due club si affrontarono in finale e a prevalere furono a sorpresa i Blues, allenati da Roberto Di Matteo e capaci di superare ai calci di rigore i bavaresi, sconfitti pur avendo la possibilità di giocare in casa l’ultimo atto.

Otto anni dopo, i londinesi arrivano alla doppia sfida nuovamente con i pronostici contrari, ma carichi per l’importante vittoria contro il Tottenham dell’ex Josè Mourinho nell’ultimo turno di campionato, che ha permesso ai detentori dell’Europa League di spedire i rivali a quattro punti di distacco e di consolidare la 4ª posizione, obiettivo per nulla scontato alla vigilia dell’annata.

Nella scorsa estate, infatti, la squadra allenata da Frank Lampard ha fatto i conti con il blocco del mercato imposto dalla FIFA (inizialmente il provvedimento avrebbe dovuto riguardare l’intera stagione 2019/2020, salvo poi limitarsi alla sessione estiva), vedendosi costretta ad attingere a piene mani dai giovani provenienti dal vivaio e rientranti dai rispettivi prestiti.

La bassa età media della rosa è la principale causa della continua altalena di risultati vissuta finora dal Chelsea, in grado di inanellare sei vittorie consecutive in Premier League tra fine settembre e inizio novembre (inframmezzate dal doppio successo esterno con Lille e Ajax in Champions e dalla straordinaria rimonta – da 1-4 a 4-4 – contro i lancieri a Stamford Bridge), ma anche di essere sconfitto sette volte nelle successive quindici gare di campionato.

Migliorare il rendimento interno (già sette KO – spesso con formazioni di medio-bassa classifica – tra tutte le competizioni) e trovare un’alternativa (nel match con gli Spurs è tornato al gol Olivier Giroud, ai margini nella prima parte dell’annata e vicino alla cessione all’Inter a gennaio) a Tammy Abraham (15 reti complessive) sottoporta: riuscisse in questi due propositi, Lampard, capitano nella finale del 2012, potrebbe giocare un altro brutto scherzo al Bayern.

18 punti su 18, 6 vittorie su 6, compreso il clamoroso 2-7 inflitto a Londra al Tottenham, 24 gol fatti e 5 subiti: leggendo i numeri della fase a gironi, la Champions League 2019/2020 ha un unico favorito, il Bayern Monaco.

La realtà dei fatti, però, è diversa, poiché, malgrado vadano sempre annoverati tra i principali candidati al successo, i bavaresi stanno vivendo una stagione complessa, come testimonia l’esonero dello scorso 3 novembre di Niko Kovač, sostituito prima a interim e poi in pianta stabile da Hans-Dieter Flick, ex giocatore del Bayern tra il 1985 e il 1990 e a lungo assistente di Joachim Löw nella Nazionale tedesca.

Registrare la fase difensiva è stato il primo obiettivo del nuovo allenatore: se con la gestione precedente i vincitori degli ultimi sette campionati tedeschi avevano incassato 16 reti in 10 giornate, con Flick i gol al passivo sono stati 10 in 13 partite.

Potendo confidare sui soliti numeri impressionanti di Robert Lewandowski (capocannoniere sia della Bundesliga – 25 reti, dietro solo a Ciro Immobile nella classifica della Scarpa d’Oro – sia della Champions League – 10 gol, alla pari con Erling Håland) e su una maggiore solidità difensiva, il Bayern ha rapidamente risalito la china in campionato, riportandosi in testa, sebbene il vantaggio sul Lipsia, secondo, sia di un solo punto.

Vincere la Champions, che manca in Baviera dal 2013, anno dell’ultima finale disputata dal Bayern, potrebbe essere l’unica strada per Flick per convincere la dirigenza a confermarlo anche nella prossima stagione. Ma chissà che la cabala non spinga il presidente Herbert Hainer, in carica dal 15 novembre 2019 al posto di Uli Hoeneß, a cercare comunque un nuovo allenatore, visto che nel 2012/2013, nonostante fosse già stato ufficializzato l’arrivo di Pep Guardiola sulla panchina bavarese, Jupp Heynckes conquistò il triplete.

NAPOLI-BARCELLONA
10.572 giorni dopo l’ultima partita giocata da Diego Armando Maradona, lo stadio San Paolo si prepara ad accogliere Leo Messi nella prima sfida da lui giocata a Napoli. È innegabile che l’arrivo della “Pulce” nella città del “Pibe de Oro” rappresenti uno dei momenti più affascinanti di questi ottavi di Champions.

Napoli e Barcellona si affrontano per la prima volta in gare ufficiali e, guardando la storia dei due club nella competizione, i pronostici pendono decisamente dalla parte dei catalani, cinque volte campioni d’Europa, mentre i partenopei non sono mai andati oltre lo scoglio degli ottavi di finale.

Tuttavia, la squadra allenata da Gennaro Gattuso, subentrato lo scorso dicembre a Carlo Ancelotti, in quest’annata ha mostrato la propria versione migliore in Europa, dov’è imbattuta ed è riuscita a ottenere quattro punti contro il Liverpool, risultando l’unica formazione al mondo capace di sconfiggere gli uomini di Jürgen Klopp (anche l’Aston Villa, in Coppa di Lega, ha battuto i Reds, che però, in quell’occasione, scesero in campo con la formazione Under-19, essendo impegnati nello stesso tempo nel Mondiale per Club).

Inoltre, gli azzurri hanno il vantaggio di poter giocare senza alcun tipo di pressione, giacché, come sottolineato da Gattuso alla vigilia dell’ultimo turno di campionato contro il Brescia, l’obiettivo di questa seconda parte di stagione, oltre al raggiungimento della finale di Coppa Italia, è la qualificazione in Europa League: “Passaggio del turno o Europa League? Europa League, senza dubbio, anche perché significherebbe fare bene tante partite”.

Dopo un impatto traumatico (quattro KO nelle prime cinque partite), “Ringhio” sembra aver restituito all’intero ambiente napoletano la continuità e, soprattutto, la serenità mancate nei primi mesi. In seguito alla sconfitta interna con la Fiorentina dello scorso 18 gennaio, il Napoli ha vinto sei delle successive sette sfide tra Serie A e Coppa Italia (battendo, tra le altre, la lanciatissima Lazio, la Juve e l’Inter), riportandosi in zona europea e sognando, con basi più solide, l’impresa contro il Barça.

Quattro Champions conquistate tra il 2006 e il 2015, nessuna nelle ultime quattro stagioni: un’astinenza decisamente troppo lunga per il Barcellona, considerando che i rivali del Real Madrid, in questo lasso di tempo, hanno alzato al cielo la coppa dalle “grandi orecchie” tre volte di fila tra il 2016 e il 2018.

Proprio gli ultimi due flop europei contro Roma e Liverpool, uniti alle difficoltà della prima parte dell'annata, sono costati la panchina a Ernesto Valverde, a cui non sono bastati due campionati vinti consecutivamente. Al suo posto, dopo il rifiuto della leggenda Xavi Hernández (rimasto alla guida dell’Al-Sadd in Qatar), è arrivato Quique Setién, la cui cultura calcistica, basata sulle idee di Johan Cruijff, si confà all’identità che ha sempre caratterizzato i catalani, ma che, durante l’era Valverde, si stava progressivamente perdendo.

Con una lunga gavetta alle spalle tra seconda e terza serie del calcio spagnolo (la prima esperienza in Liga risale al 2015/2016 con il Las Palmas), Setién, che compirà 62 anni a settembre, si è affermato da allenatore del Betis Siviglia, con cui, tra ottobre e novembre 2018, ha violato prima San Siro (in Europa League, contro il Milan allenato da Gattuso) e poi il Camp Nou.

Come sempre, gran parte delle fortune dei blaugrana dipenderanno da Messi, a segno solo due volte nella fase a gironi di quest’edizione, ma caricato dalla quaterna realizzata nell’ultima giornata di Liga con l’Eibar, che ha riconsegnato il primato al Barça in attesa del big match in programma domenica al Santiago Bernabéu con il Real Madrid, dietro di due lunghezze.

OLYMPIQUE LIONE-JUVENTUS
In quanto a rapporti di forza, Olympique Lione-Juventus è l’incrocio più sbilanciato di questi ottavi, dato che i bianconeri sono tra i principali candidati alla vittoria della competizione, mentre i transalpini hanno faticato non poco per superare un girone equilibrato, ma non impossibile (2° posto dietro al Lipsia e davanti al Benfica e allo Zenit San Pietroburgo).

A ulteriore attestazione dell’enorme divario esistente tra le due formazioni, si deve tener conto che l’OL ha perso per infortunio due dei suoi giocatori più importanti (entrambi per la rottura del legamento crociato): Memphis Depay, rinato in Francia dopo la fallimentare avventura con il Manchester United e autore di 14 gol – 5 in Champions – prima dello stop forzato, e Jeff Reine-Adélaïde, promettente mezzala classe ’98 e capitano della Francia Under-21.

Rudi Garcia, principale rivale della Juve quando allenava la Roma (celebre il suo gesto del violino in occasione dell’infuocato scontro diretto dell’ottobre 2014) e subentrato all’esonerato Sylvinho lo scorso 14 ottobre, può contare sulla seconda rosa più giovane della manifestazione (24,5 anni di media, meglio solo il Lipsia) e sulla spensieratezza di avere tutto da guadagnare dal doppio confronto con la “Vecchia Signora”, ben sapendo che gli obiettivi principali dei Les Gones (I Ragazzini), al di là delle remunerative plusvalenze in sede di mercato, sono il raggiungimento della qualificazione alla prossima Champions (al momento l’OL è in 7ª posizione in Ligue 1, distante sette punti dal 3° posto occupato dal Rennes) e la vittoria delle coppe nazionali (e in finale di Coppa di Lega e in semifinale di Coppa di Francia l’avversario sarà il Paris Saint-Germain).

Capolista in Serie A, in semifinale di Coppa Italia e agli ottavi di Champions League: ciononostante, la Juve è spesso criticata dagli addetti ai lavori e dai suoi stessi tifosi. Colpa del mancato salto di qualità sotto il profilo del gioco che tutti auspicavano la scorsa estate, quando Maurizio Sarri aveva sostituito Massimiliano Allegri proprio per dare una mentalità più europea al calcio praticato dai bianconeri.

A dire il vero, i dettami ricercati dall’ex allenatore di Napoli e Chelsea hanno fin qui attecchito più nella massima competizione continentale (16 punti su 18 nel girone) che in Italia, dove, a detta del tecnico, le motivazioni sarebbero minori.
Inutile nascondersi: reduce da otto scudetti consecutivi, la “Vecchia Signora” insegue quella Champions sfuggita all’ultimo atto nel 2015 e nel 2017 e che manca nella bacheca dal lontano 1996.

Per dare forma concreta al sogno, la Juve ha bisogno del miglior Cristiano Ronaldo, limitatosi al minimo sindacale nella prima fase (due reti nei finali di partita contro il Bayer Leverkusen), ma a segno da 11 gare di fila in Serie A (eguagliato il record di Gabriel Omar Batistuta e Fabio Quagliarella) e sempre decisivo nei match a eliminazione diretta della manifestazione, di cui è il miglior marcatore con 129 gol.

REAL MADRID-MANCHESTER CITY
Una finale anticipata: non ci sono altri termini per presentare il confronto più atteso di questi ottavi.

Il Real Madrid, che nelle ultime due giornate di Liga ha ottenuto un solo punto e ha perso il 1° posto a favore del Barcellona, è il dominatore incontrastato della Champions League (13 successi, di cui quattro dal 2014 a oggi) e si affida a Zinédine Zidane, tre vittorie su tre edizioni da allenatore dei Blancos, per provare a ribadire la supremazia nella competizione.

Il faraonico mercato estivo si è rivelato fallimentare (poco utilizzati Éder Militão, Ferland Mendy e Luka Jović, quasi sempre infortunato Eden Hazard, che ha subìto la microfrattura del perone e rischia di chiudere anzitempo la sua stagione) e, pertanto, “Zizou” è “costretto” a scegliere la vecchia guardia per provare a superare l’enorme ostacolo rappresentato dal Manchester City.
È lecito chiedersi se i pretoriani del tecnico francese, tutti abbondantemente over 30 e con un palmarès saturo di trofei e riconoscimenti, abbiano ancora la fame per tentare un nuovo assalto alla coppa dalle “grandi orecchie”.

È l’allenatore più corteggiato d’Europa, eppure il suo nome manca dall’albo d’oro della Champions League dal 2011. Da quel momento, Pep Guardiola non è riuscito a spingersi oltre le semifinali, raggiunte una volta con il Barcellona e tre con il Bayern Monaco, mentre, alla guida dei Citizens, è stato eliminato agli ottavi dal Monaco (2017) e ai quarti dal Liverpool (2018) e dal Tottenham (2019). Davvero un paradosso, se si pensa all’egemonia nazionale del Manchester City, primo club ad aggiudicarsi tutte le competizioni della Football Association in una sola stagione (2018/2019) e in un solo anno solare (2019).

In quest’annata, la situazione è radicalmente mutata: gli Sky Blues sono lontani 22 punti dal Liverpool, ormai avviato verso la conquista della Premier, e devono fare i conti con la pesante sanzione inflitta dalla UEFA, che li costringerà a dover rinunciare alle coppe europee nel 2020/2021 e nel 2021/2022 per violazione del fair play finanziario e falso in bilancio.

A meno di ribaltoni nei successivi gradi di giudizio, è dunque ipotizzabile che la seconda parte di stagione possa essere l’ultima al Manchester City per Pep e molti calciatori, ancor più desiderosi di regalare allo sceicco Manṣūr la tanto sospirata affermazione in campo europeo, dove il miglior risultato resta la semifinale del 2016 persa proprio contro il Real Madrid.

Stefano Scarinzi

25 febbraio 2020

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