Ven24112017

Agg.:03:11:15

da Legno Storto:

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Eutanasia di una città

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IL PATRIMONIO MONUMENTALE DI NAPOLI TRA ABULIA, COLLUSIONI E DEGRADO
Non ne posso più della ininterrotta teoria d’immagini vintage di Napoli che circola in rete. Immagini color seppia, spesso corredate da nostalgiche didascalie, quasi che immortalassero l’età dell’oro di Partenope.“Che bei tempi”, “vorrei tanto tornare a qui tempi”, “altro che adesso”. I bei tempi dei fetidi “vasci” e della grotta degli spadari descritti da Jessie White Mario o quelli degli immondi fondaci dei racconti del Villari.

Non la reggo più. Ed il fastidio cresce esponenzialmente mentre guardo le immagini della rivolta popolare turca. Il raffronto con quanto sta accadendo alla Villa comunale di Napoli è inevitabile. Ad Istanbul, il disegno di cementificare l'area del Gezi Park e la piazza Taksim, ha scatenato la dura protesta dei cittadini. Rivolta placatasi solo con l’annullamento del progetto per l’intervento di un tribunale turco. A Napoli, invece, la cancellazione dello storico giardino pubblico procede a tappe forzate senza suscitare apprezzabili reazioni. Un pezzo di parco è sparito per realizzare la stazione “Arco Mirelli” della Linea 6. Un altro lungo tratto, in prossimità di San Pasquale a Chiaja, privato dell’antica recinzione in mattoni e lastroni di piperno, ha assunto aspetto e funzioni di una corsia stradale, organica forse alla stazione in fieri di “San Pasquale”. In prossimità di piazza Vittoria, la grande cavità del pozzo di ventilazione sottrarrà altro spazio al verde mentre le lunghe lame di cemento dei sottoservizi pervadono il sottosuolo ed impediscono la libera espansione degli apparati radicali degli alberi.

Si dice che questi sfregi siano stati paradossalmente autorizzati dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Artistici ed Etnoantropologici per Napoli e Provincia. L’Istituto che ha il compito di tutelare, conservare e valorizzare il patrimonio culturale della nostra Città e della sua provincia. Si dice… Già, perché ormai a Napoli la gestione del territorio è diventata materia per pochi intimi. Si vocifera di una radicale “riqualificazione” della litoranea, la quale contemplerebbe anche uno slittamento verso il mare del giardino vanvitelliano e la cancellazione di via Caracciolo, ma i progetti vengono tenuti ben nascosti alla vista dei cittadini. La stessa “opposizione” in Consiglio comunale è affetta da una grave forma debilitante di narcolessia. La rivoluzione arancione, la democrazia e l’urbanistica partecipata dove sono finite? E soprattutto il popolo dov’è? Ma che razza di popolo è questo che si commuove e sospira davanti ad inanimate gouache, foto, poster d’antan e nulla fa per difendere le proprie radici, il lascito culturale, monumentale ed architettonico ricevuto dal passato?

Un popolo – scriveva Rocco De Zerbi sul finire del secondo decennio unitario, tanto per rimanere in sintonia con le foto d’epoca - costituito da 3 mila uomini attivi, 7 mila scimmie, e 450 mila animali che vivono nella stessa cinta daziaria, estranei tra loro, che non si occupano altro che di campare, di procacciarsi denaro per vivere, di mangiare, di fare figliuoli…

Ed è sorprendente constatare come queste categorie, rispetto alla mutata fisionomia dei luoghi, siano ancora perfettamente riconoscibili a dispetto del tempo trascorso e del susseguirsi delle generazioni. Uno sconsolato Giustino Fortunato annotava nel 1928 che «il male è troppo profondo perché si possa aprire il cuore alla speranza. Nella grande maggioranza degli onesti è immutata la tendenza ereditaria alla noncuranza di tutto e di tutti; è fiacca, disgregata, indifferente, pettegola, sospettosa; vuol vivere in pace, oziosamente, di rendite; non ha fede né carattere, non ha sdegno né amori; rifugge tuttora dagli obblighi di coltura e di socievolezza, imposti dai nuovi ordini politici». Immagini antiche ma non ingiallite che pongono in risalto l’esistenza di un popolo abulico, frammentato e contrapposto. Il popolo dell’eterna ed irrisolta “questione morale” dove l’atavica insensibilità etico-politica della borghesia scende a patti con la politica e la “plebe” incolta per accaparrarsi fondi europei, lavori pubblici, beni comuni di pregio.

La memoria storica non può ridursi ad una fuorviante osservazione del passato, ma occorre conoscere il passato per comprenderlo ed andare oltre, facendolo rivivere nel presente altrimenti è pura tanatofilia.
La tradizione che si sintetizza nei monumenti e nelle opere d’arte è la nostra più grande eredità e va tutelata ad ogni costo, anche con manifestazioni alla turca. Un popolo che non fa nulla per preservare la propria memoria storica, per tutelare l’arte e l’architettura, recide le proprie radici ed è fatalmente condannato a non avere futuro.
Lidio Aramu

 

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