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A lu suono d'a grancascia, viva viva la gente bascia

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Il sindaco de Magistris ha incontrato il ministro dei Beni Culturali. Tema dell’incontro: le resistenze opposte dal Soprintendente di Napoli alla realizzazione degli unici due (in senso assoluto) progetti rivoluzionari dell’amministrazione comunale su quello che una volta si chiamava Largo di Palazzo e sul lungomare di ponente.
Sembra una bega infantile tra due fratelli. Un litigio con la richiesta di uno dei due al genitore di farsi arbitro della questione. L’episodio ha tutti i tratti dell’infantilismo: le pretese, i rifiuti, piedi pestati in terra, rinfacci e ricattucci. Ma non è così. Non è una manifestazione fastidiosa seppur comprensibile di una maturità non ancora raggiunta. Tutt’altro.

L’episodio ha tre protagonisti: il Soprintendente Giorgio Cozzolino, nel ruolo del cattivone, che si ostina a pretendere il rispetto dei vincoli gravanti su Piazza del Plebiscito e su uno dei luoghi simbolo di Napoli per eccellenza, la litoranea che va da Largo Sermoneta a Via Nazario Sauro; il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, in quello dell’offeso, ché vede frenati i suoi slanci per “vitalizzare” due siti protetti ed infine il ministro dei Beni culturali, Massimo Bray, nella parte del papà, al quale il “piccolo sindaco” si rivolge per poter ottenere una maggiore liberalità nell’interpretazione del disposto di legge sui vincoli di tutela.

Il pretesto non è nuovo ed ha qualche fondamento. I luoghi pubblici, anche se monumentali, non devono essere considerati un museo ma fatti vivere assegnandogli delle funzioni. E per tali, nella mente del sindaco ci sono gli eventi, i mega concerti, tenuti in Piazza del Plebiscito che ne hanno messo a rischio l’integrità monumentale e non hanno procurato un solo euro alle esangui casse comunali. L’altro chiodo fisso del primo cittadino è la trasformazione della litoranea borghese da carrabile a pedonale nonostante i gravi pregiudizi per la mobilità che questa soluzione comporta.
Si tratta di scelte ideologiche e populiste ben lontane da un’effettiva valorizzazione del bene comune dei luoghi della memoria storica della città. Vitalizzare e vandalizzare, pure se fanno rima tra loro, non posseggono lo stesso valore semantico. Anzi.
E la differenza è ben nota a Luigi de Magistris. Il sindaco, infatti, ricorda perfettamente come si presentavano la Cassa armonica di Enrico Alvino e l’area monumentale di Armando Diaz di Gino Cancellotti e Francesco Nagni prima dello svolgimento dell’evento “sola” della Vuitton cup.

No, non è stato l’amore per il derelitto patrimonio storico-monumentale a spingerlo ad incontrare il ministro per i Beni culturali. Se così fosse stato, gli avrebbe raccontato della distruzione della Villa vanvitelliana, delle sue fontane e dei gruppi marmorei del Settecento/Ottocento orribilmente mutilati ed offesi. Avrebbe rappresentato lo sdegno dei napoletani per gli inconcepibili ritardi accumulati nell’attuazione delle opere del "Grande progetto Unesco centro storico" di Napoli, la mancata ricostruzione della Villa del Popolo, la necessità di sottrarre la città all’agonia economico-culturale attraverso l’attivazione di sinergie tra i musei napoletani, il Conservatorio, l’Accademia di Belle Arti, la Scuola per la Ceramica e la Porcellana di Capodimonte e l’Autorità Portuale sì da determinare un’effettiva valorizzazione del patrimonio culturale ed ottenere salvifiche ricadute sull’economia cittadina.

Niente di tutto ciò. Il primo cittadino teme di non poter soddisfare i propri desideri e ricorre ad un’aggressività strumentale non nuova. Questa volta utilizzata per indebolire il Soprintendente Cozzolino. Ma che in genere, si riscontra e si sostanzia nella perenne ricerca di un nemico. A costo di crearlo anche laddove non esiste.
L’idea fissa, quasi maniacale, del primo cittadino è quella di realizzare, come Mausolo figlio di Ecatomno di Milasa, una stupenda architettura che lo ricordi alle future generazioni napoletane. A differenza del signore della Caria, il sindaco intende costruirlo in orizzontale, senza bassorilievi e sculture come ad Alicarnasso. Gli darà però la stessa imponenza grazie alle curve sinuose del “Lungomare liberato”, impreziosite magari da una triade monumentale costituita dai simulacri marmorei o bronzei di Armando Diaz, Umberto I e Luigi de Magistris.

E’ difficile trovare altre ragioni se non nell’egocentrismo esasperato del primo cittadino che cocciutamente persegue il suo disegno continuando ad ignorare suggerimenti e indicazioni di autorevoli voci della Cultura e dell’Imprenditoria preoccupate dall’abbandono al degrado delle periferie, del centro antico/storico, e dalla mancanza d’interventi strutturali in grado di rilanciare l’economia della città.

Gli intellettuali e gli accademici, come la borghesia di Chiaja e di Posillipo, sono purtroppo annoverati dai tarocco-giacobini arancioni tra i nemici del popolo. Si sa, Napoli è la città dei paradossi. Sembra che stia rivivendo per ragioni meno alte e nobili – ed ovviamente in farsa - la tragedia della Repubblica partenopea. Questa volta però i ruoli dei protagonisti sono invertiti: al governo della città si ritrova, espressione di una fantomatica plebaglia, un sindaco lazzarone mentre una larga èlite d’intellettuali, borghesi e illuminati cittadini ha intrapreso. emblematicamente, dalla piazza che ricorda la vittoria della flotta cristiana su quella ottomana, la lunga marcia per impedire che le parti più preziose e ricche di storia della città possano essere trasformate in una laida suburra.                                          
Lidio Aramu

 

 

 

*l'immagine regiggino (seconda immagine della gallery, in alto a destra) è tratta dal blog giggineide


 

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