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A star is born

Quarantuno anni dopo Corrado Barazzutti, l’Italia è di nuovo presente nelle ATP Finals per merito di Matteo Berrettini, numero otto del mondo. A Londra il tennista romano ha la grande occasione di coronare il suo splendido 2019.

Per descrivere la formidabile ascesa di Matteo Berrettini, il cui ottavo posto nel Ranking ATP rappresenta la terza miglior classifica per un tennista italiano dal 1973 (anno d’introduzione del sistema di calcolo computerizzato) a oggi, si potrebbe far riferimento a Giovanni Verga e al suo “Ciclo dei Vinti”, un insieme di romanzi in cui il maggior esponente del Verismo italiano tratta il tema della lotta per la sopravvivenza.

In particolare, lo scrittore siciliano approfondisce il concetto di “fiumana del progresso”, descrivendo il difficile tragitto dell’intera umanità verso l’agognata meta dello sviluppo. In questo percorso, Verga rivolge la sua attenzione soprattutto “ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall'onda per finire più presto, ai vinti che levano le braccia disperate”, come si legge nell’Introduzione a I Malavoglia del 19 gennaio 1881.

Depurandolo dagli aspetti politici ed etici del tempo e inserendolo nell’ambito tennistico, tale discorso è rapportabile alla classe italiana del 1996, anno di nascita, oltre che di Berrettini, anche di Gianluigi Quinzi e Filippo Baldi. Questi ultimi due raffigurano i “vinti” verghiani, dal momento che non sono stati in grado di mantenere le tante aspettative riposte su di loro negli anni scorsi per la rinascita del movimento nel Belpaese.

Attese dovute alle importanti perfomance registrate nei tornei giovanili, con il punto più alto toccato da Quinzi con la vittoria di Wimbledon Juniores nel 2013, preceduto nel 2012 dalla conquista della Coppa Davis Junior insieme a Baldi, semifinalista agli Australian Open Juniores del 2013.
Oggi, tuttavia, le due ex promesse languono nelle retrovie del Ranking ATP, poiché Baldi è al 211° posto (la 144ª posizione di luglio 2019 è il suo miglior risultato), mentre Quinzi, spintosi al massimo al 142° posto lo scorso aprile, è il numero 358 al mondo, incapace finora di andare oltre i Challenger, eccezion fatta per il torneo ATP di Marrakech del 2017.

Nei medesimi anni in cui Quinzi e Baldi erano considerati gli enfant prodige del tennis italiano, Berrettini, così come Lorenzo Sonego (classe 1995, vincitore lo scorso 29 giugno in Turchia del suo primo torneo ATP e attualmente in 53ª posizione nel Ranking), non era preso in considerazione dalla maggior parte degli addetti ai lavori, non rientrando neanche in alcuni raduni nazionali in età giovanile.

La lontananza dai riflettori e dalla pressione di dover ottenere risultati immediati potrebbe aver giocato a favore di Matteo e Lorenzo, i quali hanno potuto usufruire della riforma del sistema giovanile effettuata dalla FIT (Federazione Italiana Tennis) nel 2015.
Pur toccando principalmente le fasce d’età comprese tra i 9 e i 17 anni, con la creazione di centri più decentrati e maggiormente calibrati in base all’età, Berrettini e Sonego, all’epoca rispettivamente diciannovenne e ventenne, hanno beneficiato del progetto Over 18, consistente in sussidi per atleti tra i 18 e i 24 anni, utili per l’impervia scalata verso il professionismo, in cui i giocatori hanno un’età media sempre più alta, come dimostra l’attuale top 10 del Ranking ATP, con cinque atleti over 30 ad aprire e chiudere la classifica (i “mostri sacri” Rafael Nadal, Novak Djoković e Roger Federer nei primi tre posti e Roberto Bautista Agut e Gaël Monfils al nono e al decimo).

La bontà della riforma della FIT, i cui frutti s’iniziano a intravedere con la generazione di tennisti nati nel 2001 e nel 2002 (il portabandiera è Jannik Sinner, da pochi mesi maggiorenne, fresco di trionfo nelle Next Gen ATP Finals e più giovane italiano della storia sia a entrare nella top 100 – al momento è al 95° posto – sia ad aver vinto un torneo Challenger), è testimoniata anche dalla semifinale del Roland Garros raggiunta nel 2018 da Marco Cecchinato, capace di battere nei quarti Djoković e di entrare tra i primi venti giocatori al mondo, diventando il terzo italiano a raggiungere il penultimo atto di un Major nell’era Open dopo Adriano Panatta e Corrado Barazzutti.

A differenza del tennista siciliano, precipitato in meno di un anno dal 16° all’attuale 72° posto, Berrettini sembra avere tutte le carte in regola per restare stabilmente tra i primi giocatori al mondo.

La caratteristica che più impressiona di Matteo è il continuo miglioramento che evidenzia di partita in partita. Ciò si riflette soprattutto nella capacità di adattamento a ogni tipo di superfice, in quanto Berrettini, pur essendo un giocatore cresciuto sulla terra rossa (dove ha vinto due dei suoi tre ATP 250 – a Gstaad, in Svizzera, il 29 luglio 2018 e a Budapest il 28 aprile 2019), ha ottenuto i migliori risultati della sua giovane carriera sull’erba e sul cemento.

Gli ottavi di finale di Wimbledon, nonostante la netta sconfitta contro l’idolo Federer, sono stati il coronamento di un ottimo percorso sull’erba, iniziato con la vittoria dell’ATP 250 di Stoccarda il 16 giugno 2019, che lo hanno reso il secondo tennista italiano della storia a essersi aggiudicato un torneo del circuito maggiore su questo tipo di superfice, nonché, a 23 anni e due mesi, il più giovane giocatore del proprio paese ad aver vinto tre titoli ATP. Appena una settimana dopo, Matteo ha raggiunto la prima semifinale in un 500 al torneo di Halle, venendo eliminato dal belga David Goffin, ma diventando numero 20 al mondo, posizione inimmaginabile all’inizio dell’anno solare, quando era 54°.

Quel “grazie per la lezione” rivolto a “King Roger” al termine del match giocato sul centrale di Wimbledon è il segnale dell’enorme voglia di apprendere da parte del tennista romano, il quale, due mesi dopo, al cospetto dell’altra leggenda Rafa Nadal, non ha più mostrato la naturale emozione e i tentennamenti della sfida con lo svizzero, giocando alla pari per l’intero primo set (in cui l’azzurro ha sprecato due set point nel tie-break) della storica semifinale degli US Open, la prima in carriera.
Vari i traguardi ottenuti con il penultimo atto di New York: quarto tennista italiano semifinalista in un Major nell’era Open; secondo – quarantadue anni dopo Barazzutti – a riuscirci nello Slam americano e unico a farlo sul cemento.

La cavalcata di Flushing Meadows ha creato i presupposti per la qualificazione alle Finals di Londra, dato che Berrettini, arrivato a New York da numero 24 al mondo, ne è uscito da 13°. Il match contro Monfils nei quarti di finale rappresenta indubbiamente la vittoria più importante della carriera del tennista romano. Con il francese, infatti, Matteo ha mostrato un sangue freddo difficilmente pronosticabile per un giocatore arrivato per la prima volta a quei livelli, riuscendo a evitare il possibile contraccolpo derivante dall’aver sciupato ben tre match point nel quinto set.

Non solo l’aspetto psicologico, tuttavia, visto che Berrettini, nel corso del 2019, si è affinato anche dal punto di vista tecnico. Oltre al servizio e al dritto, che costituiscono i suoi indubbi punti di forza, insieme allo staff, che fa capo a Vincenzo Santopadre, ex numero 100 al mondo nel 1999 e allenatore di Matteo dal 2011, ha allenato insistentemente il rovescio, fino a qualche tempo fa maggiore criticità per il tennista romano, e la varietà delle giocate.

Dopo la vittoria di Budapest dello scorso aprile, Santopadre stesso ha rivelato alcune particolarità su due colpi recentemente entrati nel bagaglio del suo atleta: “anni fa, quando ha avuto un problema al polso sinistro e non poteva giocare il rovescio a due mani, abbiamo lavorato tantissimo sul back di rovescio che secondo me è un colpo utilissimo, spesso sottovalutato, che gli può dare variazioni e tempi diversi“ e ancora, in riferimento al vincente in lungolinea, “lui non aveva proprio questo colpo: non gli ho dovuto dire qualcosa, l’abbiamo proprio dovuto allenare”.

Alla base, in ogni caso, come confermato da Santopadre, la straordinaria applicazione di Berrettini, “molto spugnoso nell’apprendimento”. Il mix di tutte queste qualità gli ha permesso di trovare continuità dopo gli US Open e di continuare la scalata verso le Finals attraverso le semifinali raggiunte al Master 1000 di Shanghai (dove, prima del KO contro Alexander Zverev, ha sconfitto Bautista Agut e Dominic Thiem, entrambi nella top 10 mondiale, scavalcando Fabio Fognini e diventando il primo giocatore italiano nella graduatoria ATP) e all’ATP 500 di Vienna, al termine del quale è arrivato al 9° posto del Ranking ATP.

La prematura eliminazione al Master 1000 di Parigi Bercy è risultata ininfluente grazie alla successiva uscita di scena di Monfils, che ha regalato a Berrettini il sogno di poter disputare il torneo dei “maestri”, ultimo appuntamento dell’anno.

Il sorteggio, trattandosi del meglio che il tennis possa offrire in questo momento, è stato durissimo, giacché Berrettini, nel gruppo denominato “Björn Borg”,  affronterà Djoković, cinque volte vincitore delle Finals (quattro consecutive dal 2012 al 2015), Federer, in testa all’albo d’oro della competizione con sei successi, e Thiem, giustiziere di Matteo nella recente semifinale di Vienna.

Quale l’obiettivo di Berrettini? Se pensare alla vittoria appare ipotesi fantascientifica, più realistica è l’opportunità di provare a conquistare almeno un successo, che gli consentirebbe di fare meglio di Barazzutti, sconfitto in tutti e tre i match del 1978, con un solo set all’attivo.

Proiettandoci al futuro, invece, la speranza è che Berrettini possa aprire un ciclo, andando magari oltre gli ATP 250, con il sogno di ripercorrere le orme di Adriano Panatta, l’unico a dare all’Italia la vittoria in una prova dello Slam (Il Roland Garros del 1976).
Senza dimenticare che dal 2021 al 2025 le Finals saranno disputate al PalaAlpitour di Torino. Lecito attendersi che, in quegli anni, la “fiumana del progresso” permetta a Matteo di giungervi con la concreta possibilità di vincere.

Stefano Scarinzi
10 novembre 2019




 

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