La crisi economica e finanziaria che ci attanaglia, sta dando le ultime spallate a un sistema partitocratico che nulla ha più di democratico. Un governo di tecnici non eletti ma supportati da una grande coalizione di partiti “responsabili e sobri”, rimettendo in discussione persino diritti acquisiti, come la tutela dei lavoratori e lo stesso concetto di lavoro – ritenuto dalla Fornero non più come un diritto - stanno distruggendo ogni barlume di speranza.
Si tratta di contingenze dolorose che avrebbero dovuto riguardare un po’ tutti gli italiani. E invece, sacrifici per tutti ma non per le caste, prima tra tutte quella dei politici, che sono riuscite a salvare privilegi e retribuzioni stratosferiche.
E’ da tempo che la distanza tra la politica ed i suoi interpreti e la gente comune va sempre più allargandosi. Ormai la nausea da politica ha superato ogni livello di guardia ed i partiti temono che possano essere sommersi dall’astensionismo alla prossima tornata elettorale. E’ la lenta ma inarrestabile autodistruzione della politica, il tramonto del suo sistema dominante.
In questo clima da “caduta degli dei” ha trovato spazio il populismo dei grilli sparlanti. Lungi dall’essere la risoluzione questo costituisce una parte non rilevante del problema con le sue derive autoritarie.
Il populismo è la rappresentazione in termini politici di un popolo “senza colpe” schiacciato da un lato dalla politica corrotta ed insensibile alle sue istanze e dall’altro dalle minoranze etniche portatrici di valori alieni. Quello che i populisti ritengono giusto - ha scritto Gad Lerner - subisce così una profonda trasformazione, perché diventa volere popolare, non più discutibile, in quanto pura espressione del corpo che dà piena legittimità democratica.
Il fenomeno politico a Napoli è purtroppo ben noto da quando una minoranza populista e barricadiera, approfittando degli errori e dei limiti dei grandi partiti, si è impadronita democraticamente dei poteri dell’amministrazione municipale.
Il sindaco arancione (da non confondere con gli Hare krishna) Luigi de Magistris, come tutti i populisti, si è auto-eletto difensore del popolo tutto pur essendone un’espressione minoritaria, dando l’avvio ad una deriva autoritaria. Noi siamo il contrario dell'antipolitica – ha affermato in una delle sue retoriche dichiarazioni - e lo stiamo dimostrando giorno per giorno. Quello che verrà deciso nelle assemblee del popolo dovrà essere preso in considerazione da questa amministrazione, in un confronto faticoso ma necessario per gettare le basi della democrazia partecipata. La tentazione autoritaria di de Magistris è dimostrata dalla sua insofferenza per il libero pensiero all’interno della sua maggioranza (reprimende a mezzo stampa dei dissidenti Carlo Iannello e Gennaro Esposito) e dalla normalizzazione “in servizio permanente effettivo” del dissenso (per motivi diversi, ma tutti riconducibili alle politiche dell’amministrazione comunale: Roberto Vecchioni, Sergio Marotta, Francesco Caruso, Raphael Rossi, Giuseppe Narducci). Ad aiutarlo ci si mette anche l’inconsistenza di un’opposizione salottiera priva di radicamento sul territorio.
Ormai il sindaco che vuole cambiare una città difficile come Napoli racchiude nelle sue mani ben 26 deleghe, comprese quelle ereditate dal gran rifiuto di Narducci, ma l’unica ad essere esercitata è quella dei “Grandi eventi” anche se limitatamente al solo lungomare “libberato”.
Sulla necessità di questa liberazione sono ormai in tanti a nutrire dubbi. Il sindaco lo considera alla stregua del Largo di Palazzo. Un luogo deputato agli allestimenti scenografici ed alle macchine da festa. Mentre gli eventi – sfusi e a pacchetti – altro non sono che strumenti di seduzione e divertimento della plebe e di acquisizione e consolidamento del consenso elettorale. Peccato però che non siamo più nel Settecento borbonico.
A ricondurre alla dura realtà la variegata corte di San Giacomo ci ha pensato il Soprintendente, Stefano Gizzi, dalle colonne della Repubblica ricordando a tutti che i massi calcarei aggiunti alla “scogliera Diaz” (baffi) vanno assolutamente rimossi. La loro permanenza, infatti, rappresenta un grave vulnus ai vincoli esistenti e costituisce un’opera fuorilegge giacché doveva essere eliminata già da tempo come concordato dalla Conferenza dei servizi. Lo stesso utilizzo risponde a criteri non meglio precisati ed il lungomare, in mancanza di un progetto strutturato, razionale e condiviso sta mutando il suo aspetto somigliando sempre di più ad un mercato levantino (con tutto il rispetto per quelli veri), frequentato da un ambulantato ruspante e multicolore. Né può essere sottaciuta la moltiplicazione per endogenesi di tavolini, sedie ed ombrelloni che fagociterà a breve ampia parte della carreggiata di via Partenope. Certo, data la soggettività del concetto d’impatto paesaggistico ed il “sistema difensivo arancione” per rendere inattaccabile la volontà del sindaco, sarà molto difficile arginare lo tsunami in arrivo. La valutazione dell’impatto ambientale, fra l’altro, è sempre più subordinata ad analisi di tipo sociologico.
Napoli antica capitale europea della cultura è oggi assediata dai barbari. Abbiamo il dovere di impedire che essi possano mettere a ferro e fuoco la nostra città e saccheggiare l’immenso patrimonio di pietre e sangue che è la nostra storia.
Vivaddio, i cittadini pur uguali dinnanzi al Diritto, hanno il dono dell’autonomia del pensiero. Occorre confrontarsi, mediare, cercare la migliore soluzione per l’utilizzo del bene comune. Nel momento in cui tutto ciò non sarà più possibile, nei fatti, sarà negata la democrazia, perché se esiste chi si arroga la pretesa di rappresentare il popolo, allora finisce la politica, che muore senza pluralismo (Hannah Arendt). Lo ricordi signor sindaco.
Lidio Aramu







