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"Guagliù facite ammuina": gli orti urbani a Napoli

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L’accattivante immagine di Michelle Obama curva sull’insalatina presidenziale e gli effetti mediatici che ne sono derivati, con ogni probabilità avranno suggerito al sindaco de Magistris di dare un’accelerata alle procedure per la creazione, anche a Napoli, degli orti urbani. Quale migliore occasione, infatti, per ridare smalto alla sua appannata immagine. Basta parlare dei prefissi telefonici (voti) d’Ingroia, di edifici che collassano, di mobilità negata, di sottosuoli tormentati, avrà detto dentro di sé.
Gli orti urbani rappresentano un efficace strumento per proteggere, ma anche valorizzare aree ormai non più agricole e, per funzioni, non ancora urbane. La coltivazione di piccole superfici all’interno o disposte sul limite della città oltre a rispondere a criteri di tutela ambientale, permette ai cittadini di riappropriarsi del loro territorio da protagonisti. La loro realizzazione inoltre non comporta alcun onere finanziario per l’ente locale.

Nei paesi dell’Europa centrale gli orti urbani rappresentano una realtà molto diffusa mentre in Grecia, Spagna ed Italia, anche se in costante crescita, tali presenze sono tutt’ora scarsamente significative. Roma è al momento la città con la più estesa superficie agricola d'Europa, mentre per numero di orti urbani è Bologna a primeggiare. Le città dell’Italia del nord detengono, per quel concerne gli investimenti e le politiche agricole urbane una tradizione che affonda, in molti casi, le sue radici negli orticelli di periferia creati dagli immigrati dal meridione negli anni Cinquanta per tener vivo il legame culturale con quella terra da cui la miseria li aveva strappati e per ragioni meno auliche dettate dalle esigenze di contenere l’entità della spesa giornaliera.

Napoli, seppur afflitta da mille e più importanti problemi, avrà pensato l’immaginifico sindaco, non può certo continuare ad essere non classificata.
L’amministrazione partenopea quindi, con l’obiettivo di potenziare il sistema di gestione delle aree verdi e favorire la “partecipazione, l’attenzione e la corresponsabilizzazione“ dei cittadini, ha deliberato l’adozione del Regolamento per l’assegnazione e la gestione degli orti urbani.

Realizzato col copia-incolla, lo strumento normativo, già al momento della sua adozione, appare ampiamente superato. Le esperienze nazionali, infatti, evidenziano la necessità di rendere possibile l’assegnazione dell’orto a tutte le categorie di cittadini inclusi gli immigrati, al fine di contrastare il fenomeno della ghettizzazione ossia, la riduzione delle aree orticole a ricetto esclusivo per pensionati ed anziani.

Ma il dato più sconcertante che emerge, è la mancanza assoluta di parametri definiti ed adatti ad individuare le zone da destinare ad orto.
Nella narrativa della delibera di Giunta, infatti, si fa riferimento a circa 3,5 milioni di metri quadrati del patrimonio verde napoletano, costituito da parchi a scala cittadina e di quartiere, giardini, aiuole e verde di arredo. Ma non fa alcun riferimento ad una mappatura degli orti dalla quale rilevare la loro dislocazione sul territorio e la tipologia. Nei criteri d’indirizzo ci si limita ad escludere da una possibile messa a coltura le superfici del Parco Virgiliano (Parco delle Rimembranze), quelle della Villa Comunale e del Parco del Poggio mentre si rendono disponibili tutte quelle dei parchi a scala cittadina e di municipalità.

E’ fin troppo evidente, data la composizione del verde urbano cittadino, che gli orti saranno localizzati prevalentemente in periferia che risulterà privilegiata rispetto ai quartieri del centro cittadino. Condizione questa che innescherà un’estenuante e dura querelle tra le Municipalità del Centro antico e il Municipio. Il rapporto verde/abitante nel Centro storico è a livelli bassissimi e, considerata l’eccessiva cementificazione, la creazione di spazi verdi concorrerebbe a migliorare sensibilmente la qualità della vita. Tale prospettiva indurrà i presidenti di Municipalità del cuore di Napoli ad avanzare richieste per trasformare gli storici giardini disseminati all’interno degli antichi palazzi nobiliari ed il verde di arredo in altrettanti orticelli.

In realtà, il concetto di orto urbano non coincide più con un pezzo di terreno su cui il volenteroso cittadino impianta le sue colture, ma è qualcosa di più complesso. Oltre al terreno agrario recintato ed alla disponibilità dell’acqua per l’irrigazione, ai servizi igienici e ad un piccolo locale per la conservazione degli attrezzi e della sostanza organica per le concimazioni, si tende ad integrare gli orti con aree ludiche, zone ”scampagnate”, in modo da rendere la loro frequentazione aggregante e duratura nel tempo.

Da una lettura attenta della delibera di Giunta, emerge invece un’urgenza ed una consequenziale superficialità che risponde più alla necessità di ricomporre l’immagine ecologica del sindaco di Napoli. Una rappresentazione che aveva nella Caracciolo liberata e nella disseminazione di Ztl a macchia di leopardo su tutto il territorio urbano i due elementi di spicco. Una visione urbana sostenuta con forza contro ogni logica e che il recente crollo del fabbricato alla Riviera di Chiaja ed i dissesti che progressivamente si vanno manifestando a raggiera intorno a quella che sarà la stazione Arco Mirelli della metropolitana, ha rimesso in discussione.

Non è un caso che da giorni le fanfare della propaganda arancione stiano ponendo l’accento sui tentativi dell’amministrazione comunale di potenziare il trasporto pubblico, fin qui conclamato fattore limitante il rivoluzionario disegno di umanizzazione della città. L’obiettivo immediato è quello di ripristinare il deserto in via Caracciolo, in attesa che il Dipartimento di Progettazione Urbana e di Urbanistica della Federico II completi lo studio/progetto finalizzato alla “valorizzazione del paesaggio attraverso la rigenerazione di un tratto significativo della linea di costa della città di Napoli”. (Delibera di Giunta n°39 del 25.01.2013).

La creazione degli orti urbani quindi ben s’inserisce nella prospettiva ecologista di de Magistris, tuttavia, per il pressapochismo con cui è stata definita tutta l’operazione, non è infondato immaginare il mancato raggiungimento degli obiettivi individuati. La Giunta con estrema semplicità, si è limitata a circoscrivere il quadro entro cui le Municipalità, competenti per la manutenzione ordinaria e straordinaria del verde pubblico, dipingeranno l’armonia cromatica degli orti urbani senza alcuna visione d’insieme. L’ordine sindacale è stato categorico: “Guagliù facite ammuina!”. E questa volta non si tratta di un falso storico….
Lidio Aramu

 

Nella foto in alto a destra, l'inaugurazione avvenuta un anno fa di un orto urbano finanziato dall'Arin, allora guidata dal presidente Barracco (ora alla guida del Banco di Napoli)

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