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Napoli Ieri, Oggi... e Domani?

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Vorrei incontrarti fra cent' anni cantava Ron qualche anno fa. Il desiderio, purtroppo, non appartiene al regno del possibile e poi…. È proprio vero che il trascorrere del tempo porti in sé un immancabile progresso?
Per constatarlo, trasliamo l’impossibile sogno dal piano degli affetti tra amanti a quello dell’amore tra cittadino e città e torniamo indietro nel tempo, a circa un secolo fa.

L’inizio degli Anni ’20 rappresentò per Napoli una svolta epocale. La nomina di Michele Castelli, ministro plenipotenziario di Fiume (1922-1925), ad “Alto Commissario per la città e la provincia di Napoli” recise l’inestricabile groviglio di lacci e lacciuoli della burocrazia che rallentava o impediva persino i più elementari interventi di modernizzazione della città.

Castelli, in breve tempo, realizzò una miriade di opere pubbliche: nuove strade, ospedali, scuole, case popolari. Si occupò della manutenzione delle infrastrutture, del restauro d’importanti edifici storici (il Maschio Angioino, le sedi universitarie), dell’ammodernamento del porto.

Un fervore di attività che non trovava riscontro negli anni della Napoli post unitaria e che si protrasse sino al deflagrare della Seconda guerra mondiale. Nel ’40 furono, infatti, inaugurate: l’Esposizione delle Terre Italiane d’Oltremare, l’Istituto Nazionale dei Motori C.N.R., il Collegio Costanzo Ciano per i Figli del Popolo, la sede centrale del Banco di Napoli, fu posta la prima pietra per la costruzione dell’edificio della Banca d’Italia.

La storia della grande trasformazione urbana degli Anni ‘20/’30 è sufficientemente nota. Meno noto è l’equivalente stato magmatico che, in quello stesso periodo, scaldava le passioni e la cultura del mondo delle Arti partenopeo.

Secondo i postulati del Manifesto Futurista, l’arte e la letteratura dovevano spezzare la continuità che le legava ad un passato retorico e celebrativo, per inverare una realtà fatta di lotta e di azione. E’ l’avvento della civiltà delle macchine. Filippo Tommaso Marinetti esorta gli artisti italiani a creare fuori dal nostalgismo accademico e “gottoso”, abbandonando per sempre il passatismo dominante e ad obbedire alla ferrea logica della velocità di un perenne divenire.

Lo scenario delle arti figurative a Napoli del primo Novecento era fortemente influenzato e dominato da un vedutismo locale ereditato dalla Scuola di Posillipo e da rappresentazioni di un “pittoresco” d’immediata godibilità. L’orizzonte era affollato da ottimi artisti: Emilio Notte, Roberto Carignani, Alberto Chiancone, Vincenzo Ciardo, Luigi Crisconio, Francesco Galante, Attilio Pratella, Oscar Ricciardi… e animato da gruppi, cenacoli e movimenti locali, espressioni di stili eterogenei - dal classicismo all'avanguardia futurista - che il regime fascista alimenterà e controllerà.

Il Circolo Artistico Politecnico finirà nel primo ventennio del Novecento col rappresentare le contraddizioni della cultura napoletana arroccata saldamente alla tradizione figurativa post-morelliana e post-palizziana di ottocentesca memoria. Condizione questa stigmatizzata con amare espressioni da Leonardo Paterna Baldizzi, socio del sodalizio e giornalista, in occasione della mostra Permanente del Circolo Artistico (1913) dedicata alle opere di Federico Cortese: “Gli artisti napoletani seguendo l’esempio di alcune figure passatiste, si sono placidamente addormentati sulle molli piume delle facili vittorie conquistate con le mediocri riproduzioni di soggetti commerciabili a tanto il palmo, o al chilo, se si tratta di scultura riprodotta in bronzo”.

I futuristi lanciarono la loro sfida al conservatorismo con La “Prima Mostra di Pittura Futurista” tenuta nella Galleria futurista Sprovieri - Palazzo Spinelli - in via dei Mille, con opere di Boccioni, Balla, Severini, Carrà, Russolo e Soffici e la lettura fatta dallo stesso Boccioni del Manifesto della pittura futurista al Teatro Mercadante, trovando la convinta adesione di Emilio Notte e Francesco Cangiullo.

Il seme del rinnovamento diede però i suoi frutti solo nella seconda metà degli Anni ’20.  Nascono, infatti, fra il '27 e il '29, il “Gruppo Flegreo” con Giuseppe e Guido Casciaro, Brancaccio, Buono, Fabricatore ed altri, che puntava al rinnovamento della tradizione pittorica meridionale. Gruppo che finì con l’essere assorbito da quello degli “Ostinati” (Ciardo, Galante, Crisconio, Striccoli…), più vicino alle correnti artistiche dominanti del ‘900.  Dello stesso periodo il Gruppo del “Quartiere latino” ed i circumvisionisti di Carlo Cocchia, Antonio De Ambrosio e Guglielmo Peirce sostenitori dell’arte come prodotto del tempo, espressione di una determinata civiltà. Concetti che saranno poi estremizzati nel Manifesto dell’Unione Distruttivisti Attivisti sottoscritto da Carlo Benard, Guglielmo Peirce, Paolo Ricci.

Il futurismo nel suo complesso, ma in modo particolare nella città partenopea, ebbe una larga diffusione, in ragione delle sue energie creative, della sua coraggiosa e trasgressiva gioventù. E’ la Napoli di Emilio Buccafusca, Salvo Sassi, Manuel Caracciolo, Cecco D’Alessio, Guglielmo Roehrssen, Vittorio Piscopo, Giulio Parisio. Artisti che superata la parabola discendente del Futurismo confluirono o generarono nuovi gruppi artistici alimentando nuove suggestioni pittoriche e poetiche.

I fatidici cent’anni sono trascorsi, o quasi. L’Alto commissario non c’è più ed in giro si notano pochissime uniformi. La città si è estesa. I comuni di Barra, S. Giovanni a Teduccio, Ponticelli, S. Pietro a Patierno, Secondigliano, Chiaiano, Soccavo e Pianura, aggregati tra il 1925 ed il 1926 a Napoli, costituiscono ormai una compatta ed alienante periferia urbana, cresciuta a dismisura per effetto della perversa logica delle varianti al Piano regolatore e per l’opera incontrastata dell’abusivismo edilizio.

Alla progressiva saturazione edilizia della cinta urbana fa da controcanto lo svuotamento delle aree industriali create da Nitti, grazie ad una delle tante leggi speciali per Napoli, proprio nello stesso anno (1909) in cui Marinetti lanciava il suo Manifesto dalle colonne del “Le Figaro”.  La riqualificazione urbanistica dell’ex zona industriale ad oriente – la più estesa – mostra i caratteri tipici della speculazione immobiliare, mentre quella ad occidente, l’ex area industriale di Bagnoli, presenta i tratti di un’area-ripostiglio su cui continuano ad essere affastellate strutture prive di omogeneità funzionale in attesa che anche qui prenda corpo l’immancabile cementificazione speculativa. Cemento, cemento, ancora cemento.

Ma di che campano i napoletani?” si chiedeva Giacomo De Martino nel corso del dibattito parlamentare sulla legge per il risorgimento economico (1904). Di finanziamenti pubblici gli si potrebbe rispondere mostrandogli l’ingente mole di contributi europei assorbiti dall’Ansaldo Trasporti per costruire, senza averla ancora conclusa dopo circa trent’anni, la Metropolitana di Napoli o di pubblico impiego. Il Comune di Napoli con i suoi 18 mila e 458 dipendenti (New York ne ha 8.500) che ogni anno gravano per 774 milioni di euro sulle casse comunali rappresenta il più importante dei datori di lavoro, anche se l’impiego di tale massa di lavoratori non riesce in molti casi a garantire gli standard ambientali minimi richiesti da una città moderna e a forte vocazione turistica. Lo stato del manto stradale, del verde urbano, della pubblica mobilità, dei servizi negati costituiscono i termini di una spirale senza soluzione di continuità nel cui centro campeggia una città agonica.

Un’agonia riassunta emblematicamente dalla tristissima vicenda del Forum Universale delle Culture. Dopo un avvicendarsi di Presidenti della Fondazione Forum (Roberto Vecchioni, Sergio Marotta), l’abbandono del direttore generale Francesco Caruso, le dimissioni di Peppe Barra dal Comitato scientifico e dello storico Paolo Macry dal consiglio di amministrazione, il disimpegno del Ministero degli esteri italiano e della Provincia di Napoli e l’occupazione della sede ufficiale, sull’evento è calato una coltre d’impenetrabile silenzio. 

Lo stesso Circolo Artistico Politecnico, un tempo riferimento insopprimibile del dibattito culturale cittadino, sopravvissuto tenacemente ad infinite avversità rischia di veder trasformati i suoi prestigiosi locali e la celebre pinacoteca nella sede del “Napoli Teatro Festival Italia”. Forse la ragione di tutto ciò sta proprio nell’assenza di un dibattito culturale vero, sanguigno, vitale.

Un secolo fa a Napoli – parafrasando Nicolàs Gòmez Dàvila - tra pionieri dell’industria, agguerrite avanguardie culturali e profonde trasformazioni urbane era lecito confidare nel futuro. Ma oggi chi può dar credito alle attuali profezie, dato che siamo noi lo splendido avvenire di ieri? 
Lidio Aramu

 

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