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I nuovi barbari

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La 'temporanea' distruzione del patrimonio culturale napoletano
La singolare e storica stratificazione degli impianti urbanistici di Napoli ha prodotto numerosi e spinosi problemi alla vivibilità dei suoi quartieri più antichi. In cambio, quasi che fosse una sorta di risarcimento, li ha gratificati di un patrimonio culturale (opere, monumenti, musei, quinte paesaggistiche) d’inestimabile valore.
Di questo, i monumenti (complessi architettonici, opere celebrativo-commemorative, paesaggi urbani) che testimoniano la nostra storia e riportano alla mente i grandi uomini del passato, rappresentano la parte più vulnerabile.  L’Architettura - ha scritto Ferruccio Izzo, docente di composizione architettonica e urbana - è fatta di luoghi, dà nome, sostanza e senso ai luoghi. Si situa nella città e nel paesaggio, dona senso al nostro ambiente di vita
Ma proprio questa sua fondamentale specificità la espone all’azione erodente degli agenti meteorici ed a quelle non meno perniciose dell’ignoranza e dell’accidia.


Esistono vari strumenti per vandalizzare un monumento: il sacrilego martello, la dinamite mafiosa, le irriguardose vernici degli imbrattamuri. A Napoli – ove la fantasia non ha confini – sono state adottati strumenti e metodiche molto raffinate.
L’amministrazione comunale si è, infatti, inventata la “temporaneità” e la “messa in sicurezza”. Due strumenti immateriali che hanno consentito di produrre danni rilevanti al paesaggio e ai monumenti.

Temporanea doveva essere l’occupazione della Caracciolo. Giusto il tempo di tenere l’evento taumaturgico della Vuitton Cup. Con la conclusione della regata, i massi calcarei, aggiunti alla preesistente scogliera e che alterano lo skyline, dovevano sparire. I catamarani sono partiti da tempo, ma il supplemento di scogliera (baffi) è ancora lì a sfidare le mareggiate ed il buon gusto. Stessa sorte per la transitabilità di via Caracciolo. Sottratta alla funzione primaria di collegamento con una marea di manifestazioni di dubbio gusto, in modo da avere furbescamente un’occupazione “temporanea-permanente” dell’asse stradale senza che fossero nel frattempo intervenute Varianti al piano regolatore ed al Piano della viabilità.

Anche la storica Villa Comunale occupata temporaneamente dal "Pubblic Event Village", non ne è uscita indenne. Questa volta è scesa in campo la “messa in sicurezza”. Oggetto delle preoccupazioni degli organizzatori del villaggio, la pensilina di coronamento della Cassa Armonica in stile liberty di Errico Alvino (1877). Con il pretesto di una presunta pericolosità non certificata da alcuna perizia ufficiale è stata proditoriamente sfigurata. Tagliate le mensole monolitiche all’altezza dei bulloni di connessione perché ancora tenevano egregiamente, rimossi i vetri colorati, fabbricati apposta dalla Saint Gobain in occasione di un precedente restauro, fu detto che le parti rimosse sarebbero state conservate con estrema cura in un deposito comunale in attesa del loro definitivo restauro. Un’opera costata alla comunità circa 50 mila euro.
Di strada in realtà ne hanno fatta pochissima perché giacciono a pochi metri di distanza dalla struttura alviniana, nel cantiere della Linea 6, tra calcinacci e immondizia varia, alla portata di chiunque volesse portarsi a casa un pezzo doc di storia dell’architettura napoletana.

Dopo una pretestuosa serie di manifestazioni, arriva a Napoli la “Coppa Davis”. Non si tratta dell’incontro tra Björn Borg e John McEnroe, ma tra la rappresentativa italiana e quella modestissima del Cile. Pur essendo disponibili i campi del Parco dello Sport recentemente realizzati a Cavalleggeri Aosta o ampi spazi come piazza Plebiscito, l’Amministrazione comunale ha ritenuto di dover ubicare lo stadio del tennis proprio sul monumento ad Armando Diaz di Gino Cancellotti e Francesco Nagni (1934).
La costruzione è in avanzata fase di realizzazione: il Duca della Vittoria è ormai ingabbiato nella curva di questa struttura temporanea a forma di ferro di cavallo, mentre qualcuno ha pensato bene di segare alla base i due pennoni portabandiera che lo fronteggiavano e che erano parte integrante del monumento stesso.
Tutto ciò mentre si sviluppa un corposo ma sterile carteggio tra la Sovrintendenza e l’Amministrazione comunale. A Napoli, in tutta evidenza, conta più un'ordinanza sindacale "eccedente" che il dettato costituzionale (Art. 9 della Costituzione della Repubblica: “La Repubblica … tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della nazione…”

Ma quelli che si evidenziano tra la Rotonda Diaz e la Villa Comunale non sono purtroppo, gli unici scempi. Appena dopo il tunnel IX Maggio (Quattro giornate) ci si imbatte nell’unico boulevard napoletano, il viale di accesso alla Mostra d’Oltremare, stravolto da un irrazionale intervento di asservimento di Piazza Italia alla stazione della Linea 6 ed all’opera incontrastata del Rincoforo.
Eppure secondo i nostri politici locali, i beni culturali costituiscono una risorsa per la città. Una puerile menzogna svelata dall’irrazionale sistemazione a verde di piazza Carità, irriguardosa della monumentalità degli edifici di Marcello Canino, ne impedisce la visione d’insieme e delle facciate; dalla collocazione di una mimosa in vaso a ridosso dello splendido angolo di Palazzo Mannajuolo, dalla mancata illuminazione degli edifici liberty che costellano la collina che da Piazza Amedeo porta al Castello di Aselmeyer di Lamont Young giacché al tramontar del sole sono fagocitati da un inquietante buco nero.

Dobbiamo registrare che l’espressione “beni culturali come risorsa” continua purtroppo a rappresentare un artificio retorico. Neanche l’avvento della cosiddetta “rivoluzione arancione” ha segnato un punto di svolta.
Quando non si ha rispetto per le proprie radici difficilmente può verificarsi quella felice congiuntura che consente di reinterpretare criticamente – per dirla ancora con Ferruccio Izzo - l’incontro tra il patrimonio ereditato e le attese proiettate verso il nostro futuro aperto a nuove ed imprevedibili combinazioni tra processi di civilizzazione e forma dell’ambiente fisico.

Altro che processi di civilizzazione. Altro che attenzione e premure verso il “patrimonio ereditato”. Napoli sembra essere di nuovo ripiombata nella barbarie.
Lidio Aramu

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