La grave stagnazione economica nella quale versa l'occidente ripropone con forza l'assenza di una politica comunitaria inerente all'Unione Europea.
La centralizzazione governativa di più stati in unico organismo avrebbe dovuto produrre, in tempi non sospetti, una seria analisi sulla riconfigurazione del mercato del lavoro in un complesso economico sempre meno produttivo ma sempre più indebitato. Il superamento dell'ideologica appartenenza allo Stato d'origine si sarebbe dovuto accompagnare ad un nuovo modo di reinvestire le risorse economiche oramai deficitarie per le singole nazioni. La cosiddetta "bolla speculativa" del capitalismo finanziario ha prodotto l'illusione nella compagine europea di poter gestire i bilanci statuali senza, però, alcun incentivo per favorire la mobilità lavorativa in un continente privo di frontiere.




E’ trascorso appena un anno da quando il legislatore, con l’articolo 8 del d.l. 138 del 13 agosto del 2011, convertito dalla legge n. 148 del 2011, ha affidato ai sindacati la responsabilità di risollevare le sorti di un mercato del lavoro caduto in una crisi profonda e capace di generare serie preoccupazioni anche tra gli altri Paesi membri dell’UE.
L’impegno del Ministero dei Beni Culturali per l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici