Lassammo fa' a Dio: la normalità a Napoli

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Prima bisogna trasformare questa città in una normale e poi la umanizziamo”. Confesso che questa obiezione suscitata da una mia dissertazione sulla necessità di avviare una radicale trasformazione di forme e funzioni della città, mi ha non poco turbato. E sono rimasto a lungo a riflettere su cosa potesse significare “normalità” a Napoli. L’arco temporale della mia vita mi consente di ricercarne il significato più profondo da “testimone informato dei fatti”. Sciolgo, quindi, la mia fantasia e le permetto di andare alla ricerca della normalità perduta, sorvolando a volo radente l’ordito e la trama urbanistica della città.


Lasciando alle spalle il comprensorio delle “speranze perdute”, ossia l’area della mancata bonifica urbanistica di Bagnoli, s’imbatte nel fallico grattacielo di Stefania Filo Speziale che prorompe dall’edilizia speculativa dei Guantai Nuovi, nello sfavillio dei grattacieli di cristallo del Centro Direzionale, nelle mortificanti “167” della periferia, nelle patetiche architetture della ricostruzione post-sismica.

Interventi significativi che, tuttavia, non hanno mutato l’antica forma della città, né hanno dato risposte in termini di umanizzazione della città. E, dato che la forma è anche sostanza, anche il fluire della vita pubblica non ha subito scossoni. Tutto continua a scorrere secondo l’atavico disordine organizzato. Lassammo fa’ a Dio scriveva Salvatore Di Giacomo nel 1913. Una rappresentazione quasi cinematografica della città all’alba del Novecento. La quale non è solo trasfigurazione poetica delle miserie di Napoli, ma è al tempo stesso testimonianza di una città che nel suo moto perpetuo, con tempi e ritmi propri, è indifferente a tutto, persino alla presenza di Dio e San Pietro in piazza Dante, al caffè Diodati.

La normalità, dicevamo… Sgomberato per il rischio crollo un edificio nel rione Miracoli, in pieno centro storico; crolla nei quartieri Spagnoli, un palazzo disabitato; una palazzina crolla nella zona industriale di Napoli; rischio crollo di un edificio in Via San Gregorio Armeno; sgomberato un fabbricato in Via S: Maria la Fede a rischio per il maltempo. Sembra un bollettino di guerra.  Eppure costituisce una “normalità” per una città che ha subito i maggiori danni nel corso dell’ultima guerra. Edifici che pur restando in piedi, hanno subito danni non apparenti, ma che inevitabilmente nel tempo per le cause più disparate (microsismi, eventi meteorologici, traffico automobilistico e lavori sotterranei) si manifestano con gravi lesioni ed in non pochi casi, come purtroppo riportano le cronache, con crolli.

Oltre la metà dell’attuale edilizia napoletana risale, infatti, a circa due secoli or sono, in particolar modo quella delle parti più antiche della città, ed è in condizioni statiche molto precarie sia per la scarsa manutenzione, sia per le gravi manomissioni che ne hanno danneggiato ed indebolito le antiche strutture. Tuttavia, pánta rhêi hōs potamós, tutto scorre come un fiume, tra l’indifferenza del Municipio e della cittadinanza.

L’Italsider (ILVA), l’Olivetti, l’ICOM (carrozzerie per automezzi in Via Campegna), la Cementir, la Peroni, la Manifattura Tabacchi, l’Eternit, la MecFond rappresentano per alcuni, forse pochi, il ricordo di oltre 100 mila posti di lavoro estinti da tempo. Ed è quindi normale che il Porto di Napoli, l’unica delle grandi aziende sopravvissute alla “rivoluzione” industriale tardo-novecentesca, quella che ancora svolge un ruolo nelle dinamiche commerciali cittadine, registri l’azzeramento del crono programma per gli affidamenti degli appalti dei lavori previsti dal “Grande progetto per il porto di Napoli”. Progetto che, è bene ricordare, prevede l’utilizzo di 240 milioni di euro di fondi europei ed investimenti complessivi per circa 1,3 miliardi. Le procedure di gara per l’affidamento delle opere dovevano essere ultimate entro il 31 dicembre 2012. Ed invece… E nessuno si scandalizza, del resto rientra nella normalità delle cose napoletane.

Così come è ovvio che una città ricca di suggestioni, paesaggistiche, di tradizioni e beni culturali, consideri il turismo come una risorsa fondamentale per l’economia della città. Ma è altrettanto ovvio che a Napoli, il patrimonio artistico-monumentale versi in condizioni di grave abbandono nonostante gli annunciati ed enfatizzati grandi progetti di valorizzazione. La stessa vita della Città, ormai economicamente depressa, normalmente non offre rimarchevoli attrattive né culturali, né ricreative.

In qualsiasi parte del mondo si punterebbe alla valorizzazione delle seduzioni del panorama, al riordino di un tessuto urbano in buona parte non più all’altezza dei tempi, all’eliminazione degli escrementi edilizi con una bonifica dei quartieri più degradati, alla pianificazione di un nuovo e più razionale sistema stradale, al collegamento su ferro delle parti alte della città, attualmente escluse dal sistema della Metropolitana.

Altrove è normale che si abbattono strutture come la Maison du Peuple di Victor Horta a Bruxelles, le Halles a Parigi di Victor Baltard. A Parigi, Londra, Berlino, Barcellona, Lisbona si interviene su ampie parti del tessuto urbano migliorando sensibilmente le condizioni di vivibilità dei centri storici. A Napoli – per gravi errori dell’amministrazione comunale - l’intervento di riconnessione della città al suo mare, sostanzialmente ancora in fieri,  è ostacolato con motivazioni che oscillano dal mancato rispetto dei vincoli, all’intempestività dell’iniziativa rispetto all’esigenza primaria di “normalizzare” la città.

Napoli si sa, è una città ove – come ha scritto Massimo Cacciari – nulla avanza secondo linee nette, rotture. E così, andando oltre la loro validità progettuale, apparentemente avulsi da un disegno organico, spuntano per iniziativa di liberi professionisti, il progetto di rigenerazione urbana dell’area compresa tra Castel Capuano, Porta Capuana e San Giovanni a Carbonara - rigenerazione che s’innesta in quella più ampia di Piazza Garibaldi – e quelli per la ricomposizione del golfo e della spiaggia di Chiaja. Nulla da eccepire.  Siamo nel pieno della normalità di una città cresciuta grazie alla perversa logica delle Varianti.

Una normalità in cui si confrontano e si scontrano gli innovatori e i difensori dei caratteri identitari della città, ma che molto spesso maschera il più retrivo dei conservatorismi. Quello che identifica la normalità con la cristallizzazione dell’ordine sociale e strutturale della Città. Stabilizzare l’assoluto immobilismo, l’abdicazione delle istituzioni ai doveri propri in ordine alla pianificazione dello sviluppo urbano ed alla valorizzazione della città. E’ questa la normalità a Napoli. Lo stesso popolo minuto, non più suddito e non ancora cittadino, continua, con normalità, a rifugiarsi in quella filosofia un po’ coatta ed un po’ vigliacca del Lassammo fa’ a Dio.
Lidio Aramu