Aree a rischio sismico-vulcanico: no al condono dell'abusivismo edilizio

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Perbacco! Un primo, grande risultato la trivellazione del suolo nell’area di Bagnoli l’ha conseguito. Non si tratta però di nuove conoscenze scientifiche (almeno per ora), né di una casuale fuoruscita di oro nero. La perforazione, sorprendentemente, ha fatto sì che un consistente numero di cittadini abbia finalmente scoperto di vivere su un’area vulcanica. E’ da un po’ che si parla delle tre caldere magmatiche che hanno come riferimento visibile i fenomeni del vulcanesimo nei Campi Flegrei, il monte Epomeo, i rilievi isolati del Somma-Vesuvio. In questo crescendo di attenzioni anche il Marsili e l’isola Ferdinandea non sfigurano.
Recentemente è stata allargata dalla Protezione Civile l’area rossa del Vesuvio. Quella in cui nella malaugurata evenienza di eruzione si registrerebbero gravi ed irreversibili danni ad uomini e cose. Il livello di guardia già di per sé molto alto per la singolare naturalità dei luoghi, subisce repentini innalzamenti ad ogni mutazione dello stato dei luoghi. L’interesse che ha conquistato la comparsa di un “geyser” alto 5 metri di gas e acqua bollente in località Pisciarelli, tra Napoli e Pozzuoli, testimonia il grande stato di apprensione delle popolazioni.

E’ il principio di una nuova coscienza civica, di una diversa attenzione alle problematiche del territorio che dallo stato latente ed impercettibile è passata allo stato manifesto grazie alla sistemazione nel sottosuolo di una stazione di rilevamento dati per lo studio del fenomeno del bradisismo.

Si tratta – ed è con grande soddisfazione che se ne prende atto – di una mutazione epocale. E’ già tanto rispetto all’indifferenza mostrata – in piena crisi bradisismica (1982) – nei confronti delle perforazioni per l’esplorazione delle potenzialità geotermiche in area puteolana poste in essere dalla joint venture Agip-Enel.

Ben pochi sanno che lo studio e le ricerche per la geotermia nei Campi Flegrei iniziarono negli Anni del Littorio (1939), con la realizzazione di una quindicina di pozzi di profondità oscillante tra la decina di metri ed i 600 nella zona delle Mofete (Bacoli) per opera della Società Anonima Forze Endogene Napoletane. Dopo l’interruzione forzata a causa della guerra, la ricerca riprese nel 1951 con ulteriori trivellazioni del suolo nei pressi di Agnano. Nel 1953 le introspezioni furono abbandonate a causa del boom petrolifero che non ne giustificava più i costi per poi riprenderle nel 1975, anno in cui la delibera del 23 dicembre del CIPE affidava all’ENEL e all’ENI (AGIP) il mandato di svolgere la ricerca e la valorizzazione delle risorse geotermiche nel distretto vulcanico napoletano (Campi Flegrei). I risultati evidenziarono l’esistenza di fluidi ad alte temperature (oltre 300°), giudicati di estremo interesse, sennonché la conclusione della crisi petrolifera, le tecnologie non ancora adeguate all’elevata salinità dei fluidi del sottosuolo e, soprattutto, la caduta d’interesse della politica per la geotermia, determinarono l’abbandono del progetto. Dell’esistenza dei pozzi profondi 2/3000 metri (Torre S. Chiara, delle Mofete, di San Vito), anche in considerazione del fatto che tali perforazioni pur raggiungendo aree critiche della caldera magmatica, non diedero luogo a plateali proteste popolari, con ogni probabilità se n’è perso il ricordo.

E si bucava il suolo nel momento in cui si sollevava in maniera preoccupante. Erano i giorni della paura. Non occorrevano strumenti per rilevarlo. Erano sufficienti le profonde crepe sui muri e le piattabande spaccate degli edifici del centro cittadino. Il sollevamento delle banchine del porto impediva l’attracco delle navi, mentre la storica darsena dei pescatori ormai era solo un ricordo ridotta così com’era in un arenile. Dopo il Rione Toiano, fu disboscata ed urbanizzata una vastissima area a Monterusciello a seguito della decisione della comunità scientifica di dar luogo all’inevitabile diradamento edilizio di Pozzuoli. Sfoltimento, che superato il momento critico della fase positiva del fenomeno vulcanico, non è mai stato realizzato.

Ma i comitati popolari dov’erano quando gli edifici duramente colpiti, evacuati d’urgenza, invece di essere abbattuti come da prescrizioni venivano riattati senza alcuna soluzione tecnica antisismica e venduti liberi da persone e cose? Dov’erano i cittadini sensibili alla difesa dell’ambiente, storia e territorio puteolano quando i pilastri di fondazione dell’abusivismo edilizio stupravano gli ipogei e le sepolture di epoca romana disseminate lungo l’antica via Consolare per Capua (Via Celle). Dove guardavano gli ambientalisti quando la cementificazione selvaggia e fuorilegge piagava e si diffondeva come un’inarrestabile cancrena su tutti i Campi Flegrei.

Certo le responsabilità sono dei politici, ma è da tempo che i regnanti non esercitano più il loro potere per volontà di Dio. La volontà popolare (con il voto ed il conseguente clientelismo) ha sostituito autorevolmente quella dell’Onnipotente. Ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Lo “Yellowstone” flegreo, la sorgente dei Pisciarelli, è all’interno di un sistema craterico di rara bellezza naturalistica, del quale la riserva degli Astroni costituisce l’espressione di maggior pregio per gli endemismi botanici non riscontrabili altrove. Eppure a ridosso dei monti Leucogei, il cui colore biancastro deriva appunto dall’attività incessante del vulcano della Solfatara, sono stati costruiti oltre 100 mila metri cubi di volumi abusivi. Un cancro che ha compromesso, come si legge nella Variante per la riqualificazione dell’area occidentale ogni ipotetica riqualificazione. Secondo Vezio de Lucia, infatti, l’unico intervento ancora possibile in quel comprensorio è il riordino urbanistico dell’insediamento produttivo, da attuare in sintonia con il Comune di Pozzuoli.

La mutante sensibilità popolare non può certamente ignorare che un serio programma di prevenzione del rischio sismico-vulcanico fonda sul diradamento delle maglie urbanistiche e la riduzione della pressione antropica. Non ci si può titillare con improbabili piani di evacuazione sapendo che essi saranno perfettamente inutili se non preceduti da radicali e razionali interventi di adeguamento degli standard urbanistici ai rischi immanenti. Si pensi a quei formicai che sono i paesi vesuviani e all’assetto stradale intra e intercomunale ove ogni ipotesi reale di fuga è pura fantascienza.

Certo, fa bene al cuore assistere alle manifestazioni dei comitati civici contro le trivellazioni nei Campi Flegrei. Ma sarebbe ancora più confortante vederle all’interno di un articolato fronte ambientalista imperniato sull’incondonabilità e abbattimento dei manufatti edilizi abusivi nelle aree impegnate dalle tre caldere magmatiche.

Tale missione segnerebbe la raggiunta maturità della coscienza ecologica popolare e la sconfitta di quanti, ancora oggi, individuano nelle battaglie ambientali uno strumento di lotta politica ed elettorale. Una prospettiva quest’ultima che sostanzialmente non ha alcuna incidenza sulla drammaticità delle emergenze ed è totalmente inadeguata a definire uno sviluppo rispettoso della natura e delle vocazioni del territorio e delle sue singolarità.  
Lidio Aramu

 


* immagini riprese dal web