Le responsabilità popolari nella mala amministrazione di Napoli

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Il revisionismo storico ha fatto luce sull’episodio dell’uccisione di Francesco Ferrucci nella battaglia di Gavinana. E’ ormai acclarato che ad infierire sul morente capitano fiorentino sia stato un ufficiale spagnolo, gentiluomo del principe d’Orange. Fabrizio Maramaldo - condottiero d’antica famiglia napoletana – è quindi il protagonista di un falso storico in virtù del quale la lingua italiana si è arricchita dei vocaboli «maramaldo» e «maramaldeggiare», col significato di chi si accanisca vigliaccamente contro qualcuno in stato di palese inferiorità.
La storia nazionale è ricca di episodi legati a quest’ignobile connotato caratteriale del popolo italiano. L’immagine simbolica e più conosciuta di tale esecrabile virtù è senza alcun dubbio quella del ripugnante scempio dei cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci e altri gerarchi fascisti perpetrato in Piazzale Loreto a Milano. Strazio che fu bollato dal presidente del CLN, Ferruccio Parri, con l’espressione di “macelleria messicana”.


Qualcuno potrebbe obiettare che era la tragica conclusione di una guerra civile ove i risentimenti, gli odi, le vendette cancellarono la parola pietà. Nulla di più falso. Quasi mezzo secolo più tardi (1993) lo stesso popolo, dopo aver osannato Bettino Craxi nella fase sfolgorante della sua carriera politica, si raduna – proveniente da un comizio di Achille Occhetto – davanti all’hotel Raphael e lo oltraggia con un fitto di lancio di monetine ed invettive. L’esplosione di “tangentopoli”. «Un sogno nel cuore, Craxi a San Vittore» era lo slogan dominante. Poi l’epilogo tunisino e la sua morte in terra straniera.

E’ la giustizia sommaria dei tribunali del popolo. Di quel popolo che, come ha scritto Jean-Jacques Rousseau nel suo Contratto sociale, ha sempre ragione. Di quel popolo sempre pronto a delegare ogni cosa, afflitto com’è dalla tara ereditaria “dell’uomo del balcone”, pronto però al primo cambio di vento a riprendersi il diritto di critica e, se del caso, dare libero sfogo al proprio maramaldeggiare.

Diceva Karl Marx che le tragedie della storia si ripetono sempre, ma in forma di farsa. Ma in che forma si ripetono le farse, a Napoli, dove nulla è mai preso sul serio?  Certo anche il popolo napoletano ha scagliato nella polvere i suoi idoli dopo averli osannati. Chi non ricorda la sorte del potentissimo ministro della Sanità Francesco De Lorenzo passato dalle aule universitarie a quelle giudiziarie; i destini intrecciati dell’ultimo re di Napoli e governatore della Campania, Antonio Bassolino, e del suo delfino donna Rosa Russo Iervolino. Dopo le disfatte elettorali di quest’ultimi, cominciano ad emergere le loro gravissime responsabilità nella mala politica partenopea: epidemia colposa nell’affare rifiuti, richiesta di rinvio a giudizio di venti indagati, tra i quali l'ex sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino e l'ex governatore Antonio Bassolino. Antonio Bassolino rinviato a giudizio dal gip del Tribunale di Arezzo Piergiorgio Ponticelli per falso. Antonio Bassolino ed il suo ex braccio destro De Angelis rinviati a giudizio per peculato nell’ambito dell’inchiesta sul commissariato al dissesto idrogeologico. L’ex sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, invitata a dedurre dalla Procura regionale della Corte dei Conti per un danno erariale quantificato in oltre un milione e mezzo di euro.

Se i feticci di Bassolino e Iervolino giacciono da tempo nella melma, quello de Magistris comincia a evidenziare preoccupanti oscillazioni.
Il sindaco arancione ha ereditato consciamente un Comune allo sfascio: casse vuote, creditori in fibrillazione, una macchina comunale obsoleta ed improduttiva, debiti fuori bilancio stratosferici, società partecipate dai bilanci in profondo rosso, una “periferizzazione“ progressiva della città, traffico impazzito, strade inagibili e mobilità pubblica inesistente.

Uno sfacelo senza soluzione di continuità che avrebbe dovuto essere affrontato con un piglio realmente rivoluzionario. Ma del radicale cambiamento, pur gridato ai quattro venti, non c’è traccia visibile se non la “liberazione” di via Caracciolo. Un provvedimento che sembra essere diventato la Madre di tutti i problemi della città e su cui si è sviluppato una controversia annosa e irresolubile sul corretto utilizzo del lungomare napoletano tra amministrazione comunale e cittadini della collina di Posillipo. Una contesa ideologica pari solo a quella intercorsa tra Lillipuziani e i Blefuschiani su come rompere le uova.

La città, quella vera, fatta di periferie disumanizzanti ed invivibili, di servizi primari negati, di economie boccheggianti, di strutture architettoniche e trame urbanistiche obsolete e cristallizzate, di saccheggi dei beni comuni, di mancate valorizzazioni delle aree dei poli industriali dismessi, guarda muta e attonita. Per ora.
De Magistris avverte il disagio di essere stato eletto da una percentuale minoritaria di elettori e di essere a capo di una coalizione ove molti consiglieri, per il numero delle preferenze raccolte, hanno l’autorità derivante dalla rappresentanza del proprio condominio. Difficoltà ingigantite dalla mancanza di risorse finanziarie e da un malcelato stato di pre-dissesto finanziario.

E’ innegabile: la decisione di scendere in campo con una su partito per le prossime elezioni politiche nazionali e, soprattutto, il mancato patto elettorale col PD ha rimesso in cammino il popolo delle “macellerie messicane”. Si sono tenuti convegni sul malgoverno della città in cui sono intervenuti i soliti intellettuali organici al PCI-PDS-PD, lo stuolo di consulenti basso-iervoliniani disoccupati mugugna, il potere ombra consolidato in oltre 40 anni dalla sinistra grazie agli alti burocrati, ai presidenti ed ai componenti dei consigli di amministrazione delle varie municipalizzate di stretta osservanza piddina ha preso a remare contro.

La reazione di de Magistris, come nel caso manifesto del sabotaggio di quel che resta dei mezzi del pubblico trasporto, si è materializzata con un duro attacco al PD: "Hanno governato 20 anni a Napoli e han lasciato un miliardo e mezzo di debiti e 850 milioni di disavanzo, una tragedia, hanno lasciato il Comune e la società trasporti in situazione fallimentare. A quel fallimento ci ha portato l'apparato del Pd napoletano. Sentire quelli là che han distrutto una città pontificare sui disservizi in città fa rabbia".

Anche i napoletani cominciano a provare una gran rabbia nel vedere le proprie classi dirigenti strumentalizzare i bisogni insoddisfatti per uno scontro politico che non ha come obiettivo il bene supremo della città.

Si dà il caso però che questo popolo non possa fare a meno dei partiti politici.  Non c'è democrazia realizzata senza partiti politici. Per oltre mezzo secolo essi hanno elargito consulenze auree, assunzioni in enti pubblici elefantiaci (Comune, Provincia, Municipalizzate, Regione), condizionato lo sviluppo economico di corporazioni e potentati economici. Interessi che oggi si oppongono ad un radicale e necessario cambiamento. Questo modo di governare è stato ampiamente condiviso e premiato col voto dai cittadini assistiti.

Di fronte a tale disastro non è possibile distinguere e separare i politici corrotti ed inetti dal popolo casto e puro, giacchè i primi non sono altro che la proiezione miniaturizzata delle comunità che li hanno prodotti e sostenuti non una, ma cento volte.

Il popolo – come ha scritto Giovanni Sartori - non ha sempre ragione nel senso che non sbaglia mai, ma nel senso che ha diritto di sbagliare, e che il diritto di sbagliare compete a chi sbaglia per sé, a danno proprio. Ma chi sbaglia dovrebbe essere giudicato. Per i politici nella peggiore delle ipotesi si ricorre all’infamia dei tribunali popolari. E per il popolo?
Lidio Aramu