Mostra d'Oltremare, dalle origini le ragioni del rilancio

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Un parco pubblico su scala urbana per rilanciare la struttura espositiva di Fuorigrotta
A Napoli, il professore Gerardo Mazziotti è considerato dagli addetti ai lavori una sorta di rompiscatole in servizio permanente effettivo come si diceva una volta per i militari di carriera. In realtà egli è uno strenuo difensore della storia, cultura e natura di questa martoriata città.
L’ultima provocazione, figlia delle sue doti di fine ed arguto polemista, riguarda la Mostra d’Oltremare. Mi pare perciò ragionevole – ha scritto Mazziotti sul ROMA del 1° novembre 2012 - che si smetta di continuare a parlare di  “Mostra d’Oltremare”, visto che la  legge 442 l’ha cancellata, e di battezzarla “Parco Tecchio”. Aperto, con adeguati presidi di tutela,  alla fruizione quotidiana dei napoletani e dei turisti...  Come dargli torto.


LA STORIA - Il 9 maggio 1940, il re Vittorio Emanuele III inaugurava l’Esposizione Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare. Per realizzarla, il Commissario di Governo, on. Vincenzo Tecchio, si avvalse di un’equipe tecnica ed artistica molto giovane ed altamente qualificata (E. Notte, E. Prampolini, P. Barillà, G. Brancaccio, A. Chiancone, C. Cocchia, L. Piccinato, G. De Luca, S. Filo Speziale. M. Canino e tantissimi altri).

La Triennale si configurava come una città nella città, con i suoi palazzi, le strade, i negozi, la chiesa. Un vero e proprio centro di vita. L’esigenza poi di riprodurre con fedeltà le peculiarità di terre lontane richiese la realizzazione di un parco faunistico, un acquario tropicale e alcuni villaggi delle comunità etniche più rappresentative dell’A.O.I. e del Sahara libico. Si trattò indubbiamente di un opera imponente. A dar conto della rilevanza e dell’importanza strategica che tale realizzazione del Regime rivestiva per Napoli e per il Paese da un lato vi era la funzione propulsiva dell’economia locale e nazionale da svolgere in sinergia con il porto profondamente ammodernato e dall’altro i numeri impressionanti della Città dell’Impero: dimensione spaziale complessiva di 1.066.197 mq. suddivisa in 642.187 mq perimetrati e strutturati (36 padiglioni e numerosi impianti per complessivi 900mila mc.) e 424mila mq. destinati agli ampliamenti successivi; investimenti pari a 185milioni di lire per costruire oltre agli edifici – permanenti e temporanei - circa 20 Km di strade, 25mila m. di linee elettriche, 12 Km di rete idrica, 13 Km di rete fognaria  340mila mq. di giardini e viali alberati, 20mila piante di alto fusto, 270mila cespugli e un milione e mezzo di giornate lavorative.

L’attività della Triennale, per l’entrata dell’Italia in guerra, durò circa un mese, dopo di che con il precipitare degli eventi cominciò il suo lento ma inarrestabile declino. La classe politica post-fascista non seppe cogliere le enormi opportunità che poteva offrire in termini di sostegno e sviluppo delle relazioni culturali e commerciali con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo. Pertanto, dopo un primo ed unico tentativo di rilancio con la Mostra del Lavoro Italiano nel Mondo, l’istituzione flegrea divenne sede di manifestazioni fieristiche di dubbio valore e perse così ogni valenza internazionale.

Formalmente con la legge del 30 novembre 1999, n° 442 la Mostra d’Oltremare passava dallo stato di partecipata statale a quello di una comune S.p.A. i cui soci sono in realtà enti pubblici. Gli stessi (o quasi) che parteciparono alla fondazione dell’Ente e con quote rispettose dell’entità degli originari contributi versati per la costituzione del capitale di fondazione. Ma questo non è stato l’unico effetto.

L’altro ben più importante - e fatto passare sotto silenzio – riguardava la definitiva cancellazione di ogni residuo protagonismo dell’Oltremare sugli scenari economici e culturali locale e nazionale. Alla Triennale d’Oltremare, il Governo fascista aveva affidato il compito di presentare in una sintesi panoramica, da aggiornare ogni tre anni, gli obiettivi, nelle loro fasi di sviluppo, raggiunti in tutti i campi della promozione sociale, della produzione e dell’opera di civilizzazione in Africa ed in Italia per le sue colonie. Allo stesso tempo, era chiamata statutariamente ad assolvere ad una vera e propria opera di promozione culturale con l’assegnazione di premi letterari, celebrazione di congressi, pubblicazione di opere originali scientifiche ed artistiche, rassegne teatrali, cinematografiche e musicali, in modo da alimentare l’interesse popolare sui temi cari all’africanismo. Ed è proprio nella mancata assegnazione alla Mostra di una funzione strategica per la città ed il Mezzogiorno che la provocazione di Mazziotti assume valore. Cos’è oggi la Mostra? Una domanda a cui pochi sarebbero in grado di dare una risposta.

LA TRASFORMAZIONE MANCATA
- Eppure, l’esigenza di avere qui a Napoli una struttura espositiva che guardasse all’oltremare risaliva al 1906 quando cioè, sull’onda del successo fatto registrare dall’Expò milanese, realizzata per celebrare il traforo del Sempione, il presidente della Camera di Commercio, Luigi Petriccione, ed il presidente della Società Africana d’Italia, Enrico de Marinis, manifestarono per la prima volta l’opportunità di realizzare a Napoli una Esposizione Industriale Permanente, finalizzata alla promozione ed allo sviluppo delle attività industriali e commerciali tra la Madre patria ed i suoi possedimenti in Africa, seppur limitati allora alla sola Eritrea. Idea questa più volte ripresa nel tempo, ma che prenderà corpo solo sul finire degli Anni ’30 per volontà di Mussolini e per la passione e l’intelligente opera di Vincenzo Tecchio, commissario di governo per la Esposizione Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare e vice presidente del Consiglio Provinciale delle Corporazioni (Camera di Commercio).

Dopo circa quarant’anni di gestioni fallimentari, vendita di significative parti e strutture, degrado ed inutilizzazione degli edifici storici, Antonio Parlato, nella sua veste di parlamentare e di responsabile nazionale per le Politiche del Mezzogiorno di A.N., tentò di sottrarre la Mostra ad una gestione da “albergo ad ore” per rilanciarla di nuovo protagonista nel “mercato della cultura e dell’economia”.

L’Oltremare per le genti del Mediterraneo, una sorta di luogo organizzato dove si analizzino e raccolgano domande ed offerte delle loro produzioni e, al contempo, della cultura, dell’arte, della conoscenza dei beni storici, architettonici, ambientali così che siano cementificati i vincoli della “comunità mediterranea”.

La Mostra Permanente dei Prodotti del Mediterraneo – nella visione di Antonio Parlato - ospitata nel quartiere storico restaurato e le “specializzate” organizzate in un nuovo quartiere fieristico da realizzare sui suoli dell’ex polo industriale di Bagnoli, avrebbero consentito all’Oltremare di connotarsi in modo originale, nel rispetto delle sue radici e degli obiettivi istituzionali e di sottrarsi ad rischiosa concorrenza con fiere e parchi per il tempo libero sparsi un po’ dappertutto sul territorio regionale e nazionale. Una prospettiva, questa di Antonio Parlato, che avrebbe consentito di fissare la gerarchia delle funzioni strategiche, le ricadute in termini positivi sullo sviluppo economico e sociale di Napoli e dell’intero Mezzogiorno e, non ultime, le opportunità che la Mostra avrebbe potuto offrire al progresso socio-economico delle genti del Maghreb e dell’intero bacino del Mediterraneo.

Le classi dirigenti della politica continuarono invece a ipo-utilizzarla con manifestazioni di bassissimo profilo economico-culturale e ad alienare di fatto i suoi edifici storici com’è accaduto per il Palazzo degli Uffici di Marcello Canino trasformato in un albergo. Nando Morra, penultimo presidente della Mostra di nomina iervoliniana,  aveva annunciato incontri e dibattiti con il mondo accademico e della cultura in genere per individuare quale potesse essere il futuro dell’Oltremare. Interrotta brutalmente la sua gestione per lo spoil sistem voluto dal sindaco scassatore, dei confronti si è perduta ogni traccia. Dell’uomo di de Magistris e dei suoi programmi invece si continua a conoscere ben poco.

Un ultimo tentativo potrebbe essere quello di ricostituire i volumi perduti per gli eventi bellici con un concorso di architettura, recuperando a tal fine, anche le aree del cinodromo e dell’Edenlandia, tuttavia rimarrebbe sempre il nodo inestricabile della funzione unitaria da assegnare all’intero complesso strutturale. Un impegno insormontabile per una classe politica che ha dimostrato nei fatti di non rispettare la storia di Napoli e di non avere una visione strategica in grado di promuovere l’economia e la cultura della città.
Amaramente occorre riconoscere che Gerardo Mazziotti ancora una volta ha ragioni da vendere.
Lidio Aramu