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Quel lungo filo arancione dell'insensibilità culturale, umana e politica

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Non so se esiste qualche altro posto al mondo, oltre Napoli, ove le parole assumono le sembianze di uno strumento rituale. In questa singolare città servono a riempire dei vuoti o per creare sonorità, ma mai per rappresentare una realtà vera. Ovviamente mi riferisco al camaleontico mondo della politica cittadina ove nulla per definizione è definibile. E l’aspetto più bizzarro di questa recita a soggetto è che i napoletani conoscono perfettamente l’esatto stato delle cose e dei fatti eppure fingono di crederci. Un rituale gioco delle parti.

Il termine “emergenza” a Napoli non sta a significare temporaneità ma assume il valore di permanente. Nel tessuto urbano ci s’imbatte ancora in osceni monconi di fabbricati ridotti così dall’ultima guerra e nei tubi Innocenti utilizzati dopo il sisma dell’80 per la messa in sicurezza dei palazzi vulnerati; per non dire poi delle emergenze sociali – abitativa, occupazionale, sanità, sicurezza, scolastica, mobilità – trasformatesi negli anni in piaghe cancrenose.

In questa ambiguità lessicale allignano le radici della mala pianta dell’arrangio. Una volta era un’arte. La fantasiosa capacità tutta napoletana di mettere al mondo mille mestieri in grado di assicurare la sopravvivenza al popolo minuto senza per questo renderlo tributario di alcuna forma di potere consolidato.

Anche l’antico welfare partenopeo ha mutato i suoi tratti. I precari ed improvvisati banchetti di vendita sono oggi nelle mani degli extra-comunitari. Disgraziati d’importazione che finiscono, il più delle volte, col fare da terminale alle attività della criminalità organizzata. Dei venditori ambulanti immortalati da Migliaro, da tempo non c’è più traccia. Se si volesse con una sola immagine definire questo percorso di modernizzazione si potrebbe efficacemente utilizzare quella di Fortuna.

Non si tratta dell’antica divinità italica, cieca dispensatrice del bene e del male tra gli uomini, ma di una vecchina canuta, curvata dal peso dei suoi quasi novant’anni, la maggior parte dei quali trascorsi dietro un fantasioso banchetto di frutta esotica da vendere, per lo più banane, in quel di Montesanto (sulla vicenda leggi anche controcampus). Un vero e proprio monumento vivente, forse l’ultimo, metafora della Napoli resistente. 

Un sorprendente reperto della Napoli sette/ottocentesca, miracolosamente giunto fino ai nostri giorni che occorreva tutelare alla stessa stregua di un monumento, ed invece… Eccola lì, privata del banchetto, seduta sul gradone d’ingresso alla stazione della Cumana che attende dignitosamente la carità del viaggiatore.

Fortuna sembra uno dei tanti personaggi della Serao. Tra fondachi e vicoli tortuosi, invasi dagli odori delle pietanze povere, in quei tuguri pre-risanamento (e non solo), tra quella miserevole umanità affaccendata ad arrangiarsi nei mestieri più disparati, guadagnando compensi irrisori, la nostra vecchina avrebbe senz’altro fatta la sua bella figura.

Che cosa sarebbe costata all’Amministrazione comunale prevedere, nella costosa riqualificazione della piazzetta Montesanto, la progettazione di un piccolo vano nel quale preservare l’esistenza – seppur a termine per ragioni naturali – di questo “dagherrotipo” di una Napoli pressoché estinta?

Di sicuro molto meno di quanto sta dilapidando per la ridicola e penalizzante liberazione di via Caracciolo da non si sa chi o che cosa. Non si parla d’altro.  E forse per puro calcolo.

Questa storia, in apparenza lontana dalla vicenda umana di Fortuna, in realtà è ad essa connessa da un lungo e percettibile filo arancione. Il filo dell’insensibilità culturale, umana e politica. “Facimm ammuina” affinché la cittadinanza non s’accorga che sotto al tappeto di questa “liberazione”, l’amministrazione comunale ha celato ben altre ed inquietanti problematiche: la manutenzione stradale, quella delle pubbliche scuole e del verde urbano, il ciclo dei rifiuti mai divenuto virtuoso, la refezione scolastica, le politiche sociali.

Emergenza dunque come ordinaria forma del vivere quotidiano, scandita dai morti ammazzati della periferia nord, dalle razzie delle baby gang, dagli anziani e dai disabili abbandonati al loro destino, dalle schiere di diseredati in continua crescita.

A Napoli, questa emergenza comincia ad esercitare una pressione insostenibile. Si fa presto ad organizzare manifestazioni di piazza concedendo spazi a titolo gratuito in modo che altri realizzino lucrosi profitti senza che nelle casse comunali giunga un solo euro da utilizzare per alimentare la solidarietà sociale con opere concrete e la cui evanescenza continua a provocare devastanti lacerazioni nel corpo sociale.

Mentre il sindaco di Napoli si trastulla con le notti bianche, le mamme di Napoli provvedono a cucinare a casa le refezioni da portare a scuola ai propri figli. Non è un bel segnale. Parafrasando una considerazione di Maffeo Pantaleoni (ministro delle finanze 1919) qualunque imbecille è in grado di organizzare sagre paesane e feste di piazza. L’abilità di una buona amministrazione consiste nel recuperare risorse, senza alcun alibi, per dare servizi più efficienti. Servizi che a Napoli, per le caratteristiche allarmanti di una precarietà senza soluzione di continuità, assumono il valore di una protezione sociale indelebile.
Lidio Aramu
1 ottobre 2012


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