Tormento Napoli

Lidio Aramu si interroga sul ruolo dei cittadini napoletani dinanzi alla 'ghettizzazione' e al degrado della città. E' amore vero quello che si traduce nelle tante immagini da cartolina ostentate dai napoletani? La vicenda della biblioteca dell'Istituto Italiano di Studi Filosofici
C’è una considerazione di Raffaele La Capria (l’occhio di Napoli) che turba la mia coscienza partenopea. Mi è entrata nel cervello e come un fiume carsico, con cadenze sempre più ravvicinate, fa balenare l’antinomia tra l’amore per Napoli e l’indifferenza dei napoletani nel vederla distruggere. L’estasi che non riesce a tradursi in tormento.
L’amore per Partenope che “viene fuori …da una continua produzione di libri, incisioni, disegni gouaches, fotografie, cartoline, quadri, eccetera che tramandano la bellezza degli edifici e delle piazze, delle chiese e dei monumenti, della natura e dei paesaggi… e allora come si spiega che questi stessi napoletani innamorati della propria città abbiano assistito senza batter ciglio e con suprema indifferenza a tutti gli scempi che l’hanno devastata? Fu distrazione, negligenza, abulia, mancanza di senso civico, incultura o che altro?”.


Il silenzio in cui si è concretata la secolare la “trasformazione” della forma urbis può mai derivare dalla “distrazione, negligenza, abulia, mancanza di senso civico, incultura” del popolo napoletano? O, piuttosto è da ricercare nell’altro? Un altrove che non considera i napoletani come terzi neutrali, come innocenti spettatori di fronte al massacro della città. Agli inizi del Novecento, Saredo e Witting posero in luce, sottraendole alle compiacenze omertose (tutte napoletane), le complicità e lo scellerato patto tra borghesia, politica e criminalità, alleate incestuosamente nell’esercizio del malaffare e della mala politica.

Con la liquidazione del Fascismo, negatore di ogni libertà, le lobbie del mattone (napoletane) riprendono con rinnovato impegno a cementificare in assoluta libertà dato che le istituzioni preposte (rappresentate da politici napoletani) furono incapaci (?) di dare alla città un Piano regolatore generale. Via libera quindi alla perversa logica delle Varianti. Una logica sostanziata dalla mercificazione del voto (napoletano) che ha prodotto gli scempi che sono dinnanzi ai nostri occhi e che, sotto mutate spoglie, è più viva che mai. Ai ghetti orripilanti della speculazione edilizia si affiancano quelli prodotti dalla mancanza dei fondamentali servizi per un vivere civile. Amalgamati in un’immensa cementificazione che unisce, senza alcuna soluzione di continuità, Aversa-Napoli-Salerno.

Napoletani non vittime né spettatori, ma napoletani protagonisti. Napoli, andando oltre il fascino esercitato dalla Natura, la “bella jurnata” di La Capria, resta un informe ammasso di pietre e di umanità su cui la mala politica (napoletana) continua ad esercitare – come in epoche lontane il monarca – il diritto di vita e di morte.

La città è per i napoletani quello che è il bosco, la giungla per gli animali. Un ambiente familiare entro cui poter anarchicamente soddisfare i bisogni esistenziali. Un popolo avvezzo a campare di “espedienti” ai confini ed oltre della legalità, sul quale le minoranze illuminate – ieri come oggi – non riescono ad incidere, vuoi per una diversità di linguaggio (1799), vuoi per l’egotismo di massa che caratterizza la modernità.
La cancellazione dei valori comunitari ha, di fatto, eliminato persino la solidarietà del vicolo. Quel conforto istintivo che aiutava a sopravvivere tra le mille difficoltà di una città messa in ginocchio dalla guerra. Quella sorta di placenta che nel passato costituiva una barriera protettiva dagli effetti perversi delle mille dominazioni straniere si è progressivamente trasformata in un orizzonte chiuso nel cui centro si traguarda soltanto l’io.
Napoli città dei ghetti. E quelli più insopportabili sono quelli dell’anima.

Mi ero ripromesso di evitare ogni riferimento alla quotidianità. Ma il fatto che l’amministrazione comunale distribuisca migliaia di euro per manifestazioni culturali di dubbia valenza, e per di più ad associazioni note solo a se stesse, e si limiti poi ad esprimere una pura dichiarazione d’intenti, offrendo uno spazio all'interno dell'Albergo dei poveri (da ristrutturare) per accogliere gli oltre 300mila volumi della prestigiosa biblioteca dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, rende immediatamente percepibile ciò che intendo per ghetto dell’anima. Il falansterio di Fuga aspetta da tempo una salvifica ristrutturazione ed è lo stesso edificio ove il sindaco de Magistris, fino a qualche giorno fa, desiderava ospitare Rom e homless… L’avvocato Marotta quante divisioni ha? avrebbe chiesto Iosif Stalin. Anche la cultura purtroppo si misura in numeri da tradurre in voti.

E come leggere il silenzio, del mondo accademico, degli ordini professionali, sempre più centri di potere che istituti di tutela, rispetto al loro mancato coinvolgimento nel dibattito sulle non più procrastinabili bonifiche e trasformazioni urbane? Quali dure prese di posizione si ricordano – salvo alcune lodevoli ed isolate battaglie personali – sul continuo affondare degli artigli della speculazione sulla città?

Napoli “città porosa”: la felice definizione di Walter Benjamin ormai serve a giustificare il peggior dei tirare a campare.
Perché mettersi di traverso quando le oligarchie di potere attraverso mille fetidi rigagnoli garantiscono un ritorno in termini economici ad imprenditori che non hanno mai corso l’alea dell’impresa e professionisti alla perenne ricerca d’incarichi e prebende?

No, a Napoli non esiste più una distinzione tra borghesia e plebe se non per abbigliamento e quartieri di residenza. Sono state da tempo fuse in un’unica, indistinta fanghiglia. Certo resistono le elite intellettuali, ma non sono più un’esclusiva borghese e brillano di luce propria. Una luce che non può essere assorbita, riflessa, trasmessa, rifratta, diffusa per l’opacità dell’interlocutore.

E l’amore per Napoli? Ma siamo proprio sicuri che l’incetta di libri, cartoline, acqueforti, gouaches, foto degli Alinari, di Sommer siano la testimonianza di un amore senza confini? Personalmente, credo che si tratti di un esorcismo collettivo per tacitare le sporche coscienze.
Anche le flebili voci dissonanti, enfatizzando nostalgicamente una Napoli dell’oro che non è mai esistita, tendono ad addossare ad altri (Savoia, Cavour, Roma ladrona…) le cause dell’arretratezza socio economica della città.

Il mito di fondazione dell’identità collettiva. L’“amore per Napoli” come vittima espiatoria.  L’attaccamento collettivo a quella che nei fatti è un’immagine onirica, ha lo stesso valore del sacrificio unanime del capro che con la sua morte (nel nostro caso rigorosamente provocata da altri) placa gli animi e riporta l’ordine sociale.
Un’ipocrita catarsi che comunemente è definita “napoletanità”. Un cancro da distruggere
Lidio Aramu
24 agosto 2012