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Napoli ricorda la Shoah

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Concerto per la Giornata della Memoria al Teatro di Corte di Palazzo Reale. Evocativa trasposizione dell’immane sacrificio ebraico nel canto straziante e dolente dell’umana sofferenza.
Il Teatro di San Carlo commemora la Giornata della Memoria, riconosciuta dalla Repubblica italiana per celebrare l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz ad opera delle truppe sovietiche il 27 gennaio 1945.  Il programma del concerto, svoltosi il giorno dell’anniversario nel Teatro di Corte di Palazzo Reale, si articola nell’esecuzione del brano per vibrafono e coro, Valsevaerk, del compositore danese Bo Holten, eseguita nella prima parte, e nel Requiem per soli, coro, vibrafono, organo, pianoforte e percussioni, brano composto dall’autore napoletano, Gaetano Panariello. In scena Marco Pezzenati (percussioni), Pasquale Bardaro (vibrafono), Vincenzo Caruso (pianoforte), Riccardo Fiorentino (organo), il Coro del massimo partenopeo, il soprano Rosanna Savoia, il contralto Candida Guida, il tenore Marcello Nardis, il basso Simone Alberti. Voci recitanti: Mariano Rigillo e Annie Pempinello. Direttore: Salvatore Caputo.


Una profonda indignazione verso la barbarie tratteggia l’esecuzione dei brani scelti per il ricordo delle vittime dell’ignominia umana. I rintocchi del vibrafono scandiscono le voci sussultanti, quasi incredule, dinanzi al trapasso dallo scorrere regolare degli eventi alla sospensione della vita. Il terrore accomuna le voci che si rincorrono, si allontanano per poi riprendersi vinte dall’angoscia ma sorrette dalla religiosa speranza nella vita eterna. Disperazione e fede, collera e perdono, tali sono le sfumature adottate dal maestro Panariello per il suo Requiem, composto nel 2010 e rielaborato per l’occasione. Dunque, il motivo fondante il brano si riconduce alla rabbia verso ogni forma di sopruso perpetrato ai danni dei più deboli.

Il canto disperato delle vittime della Shoah sussuma in sé le particolari sofferenze tracciate sui volti, sui corpi e scolpiti nell’animo di chiunque sia vittima di una violenza. Un dolore universale al quale l’immane sacrificio del popolo ebraico dà corpo e anima trasponendo nella propria voce la misericordia per le brutalità subite. Non a caso l’esecuzione del brano si apre e si conclude con il Requiem aeternam di cui è  protagonista il Coro (come, del resto, in quasi tutti i tredici numeri del brano tranne due), nel quale l’invocazione dell’atto di clemenza verso vittime e carnefici cerca di attutire, senza svilire, la condanna senza appello declamata dalle voci dei solisti. La perdita dell’identità, l’annullamento della coscienza, così come recitato da Mariano Rigillo nella lettura delle indimenticate pagine di Se questo è un uomo di Primo Levi, creano lo spazio per un impossibile quanto non richiesta ricomposizione tra il giudizio inappellabile del singolo e il perdono invocato dal popolo di Dio. Un dissidio destinato a rimanere tale perché connaturato al genere umano e al suo essere nel mondo. Lacerazione avvertita dal pubblico particolarmente coinvolto e attento- nonostante l’evidente disappunto verso gli echi provenienti dalla concomitante manifestazione Napoli City Marathon in Piazza del Plebiscito- alla necessità di preservare la memoria del dolore dall’oblio.

La tragedia dello sterminio diventa, quindi, emblema della persistenza subdola del male che serpeggia, spesso silente, nella banalità delle parole e delle azioni compiute da ciascuno di noi.
Loredana Orlando

 

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