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Un male oscuro spegne il mare di Napoli

L'eutrofizzazione è causata dall'inquinamento dei fondali e uccide pesci e altre specie marine da Bagnoli a Sorrento
NAPOLI - Sono le otto del mattino e il mare è mosso da una leggera brezza lungo la scogliera di Bagnoli, quasi al confine tra Napoli e Pozzuoli. Risplende il sole, ma appena c’immergiamo a un paio di metri di profondità, sembra giungere d’improvviso il crepuscolo. Lo sguardo vaga su un mondo color ruggine attraversato da un pulviscolo denso, con alcuni frammenti grandi come coriandoli. Tra le rocce sommerse scorgiamo tracce di licheni, qualche grappolo di minuscoli mitili. In mezz’ora non individuiamo nessun’altra forma di vita.
Il lugubre paesaggio che osserviamo su questo fondale ferito dall’Italsider (e «finito» dagli scarichi fognari), potrebbe presto diventare quello caratteristico di tutto il Golfo di Napoli e delle coste campane. Qui non si tratta di un semplice problema di balneazione: i risultati di diversi studi scientifici ci raccontano di una biodiversità gravemente a rischio, di fragili equilibri tra fauna e flora che stanno saltando. Quando in un’area marina-costiera l’immissione dei corsi d’acqua superficiali porta in dote un carico di inquinanti e nutrienti superiore alla sua capacita di autodepurazione – ammoniscono gli esperti – dobbiamo seriamente preoccuparci perché forse ci stiamo avvicinando a un punto di non ritorno.

E soltanto a nominarli i principali corpi idrici che sfociano sul litorale campano, ci si allarma prima ancora di leggere i dati: Volturno, Regi Lagni, Cuma, Sarno, Sele. Fiumi e collettori fognari citati insieme, come se fossero la stessa cosa, e di fatto lo sono. Gli uni e gli altri ogni giorno riversano nel Tirreno tonnellate di scorie industriali, detersivi e fertilizzanti. A cui si aggiungono fanghi di fogna, oli esausti, concimi e liquami zootecnici che il mare per tanti anni era riuscito a metabolizzare. Ma adesso pare proprio che non ce la faccia più. I dati emersi da un monitoraggio realizzato dall’Agenzia regionale per l’ambiente tra il 2001 e il 2003 (i più recenti sull’argomento) dimostrano che il fenomeno dell’eutrofizzazione, cioè l’eccessivo accrescimento degli organismi vegetali causato dalla sovrabbondanza di nitrati e fosfati nell’ambiente acquatico, in molti punti della costa supera di gran lunga la capacità del mare di rigenerarsi. Un rischio concreto di «fine biologica» che incombe soprattutto sul Golfo di Napoli. Se infatti le rilevazioni effettuate nelle acque antistanti via Caracciolo hanno segnalato per tre anni di fila una condizione sempre intorno ai massimi limiti tollerabili, verso est, di fronte alle amene scogliere tra Portici e Castellammare, i dati hanno invece certificato un disastro ambientale oltre ogni possibilità di rimedio, con «elevate concentrazioni di particolato organico e inorganico e di nutrienti» evidenziate anche ad un chilometro e mezzo al largo. Dal 2003 ad oggi la situazione non poteva che peggiorare: strane schiume e mucillagini hanno cominciato a galleggiare anche lungo le «incontaminate» coste sorrentine e nelle acque di Posillipo, Ischia e Procida.

L’Arpac non si sbilancia sulle conseguenze dell’eutrofizzazione, asserendo che «le implicazioni ecologiche non sono allo stato prevedibili». Ma ammette la preoccupante diffusione di «specie opportuniste capaci di sfruttare in modo efficiente risorse occasionali provenienti da terra». Tra le risorse tutt’altro che «occasionali», Giancarlo Chiavazzo, responsabile scientifico di Legambiente Campania, chiama in causa soprattutto lo scarico incontrollato dei fertilizzanti agricoli. «Il nostro mare – spiega – deve sopportare un carico eccessivo di nutrienti che provoca la proliferazione di specie algali e conseguenti gravi squilibri nel ciclo della vita marina. Un esempio inquietante è la crescita esponenziale della Ostreopsis Ovata, un’alga microscopica che dopo aver assorbito veleni produce tossine. Qualche anno fa in Liguria un centinaio di bagnanti sono finiti in ospedale proprio a causa di quest’alga». Un altro prodotto dell’innaturale «grande abbuffata» è la Caulerpa racemosa, alga verde di origine tropicale molto invasiva, che sta fiorendo in formazioni sempre più estese lungo le coste campane. La proliferazione delle alghe è pericolosa perché aumenta nell’acqua il consumo di ossigeno, e la mancanza di quest’ultimo provoca una progressiva morte dei pesci, decretando per l’appunto la «fine biologica» di un mare. Un recente studio svolto dall’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura individua, oltre all’inquinamento, nella «riduzione dell’habitat naturale e nella pesca eccessiva» le cause principali della graduale scomparsa di specie di pesce tradizionali dei fondali campani.

Si stanno estinguendo le spigole e le cernie, come le ricciole e le lucerne. Nel resto del Mediterraneo si scopre inoltre che rischiano altri 40 tipi di pesci, tra cui tonni rossi e naselli, a conferma che il malato non è solo il mitico mare di Partenope. Già negli anni settanta Jacques-Yves Cousteau insisteva sulla necessità di correre ai ripari per scongiurare l’eventualità che il Mediterraneo, nel giro di cinquant’anni, possa tramutarsi in un mare del tutto morto. In questo caso, spiegava, «le grandi metropoli rivierasche, da Napoli a Genova, da Marsiglia a Barcellona dovranno essere evacuate perché le loro coste si saranno ormai trasformate in immense colture di batteri». Un mare morto – concludeva il grande oceanografo francese – non è altro che un processo di autodepurazione naturale che non funziona più.

Marco Molino
Fonte: http://www.myspace.com/marcomolino/blog - Pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno
16 agosto 2011

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