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Il pregiudizio: il pubblico è stupido

In materia d’arte, ognuno ha diritto alle proprie opinioni e nessuno può dimostrare niente. Dunque ciò che qui si afferma non è detto ex cathedra e si può legittimamente sostenere tutto il contrario. Ma proprio per questo, perché è lecita l’antitesi, sarà pure permessa la tesi.
Chi in televisione ama soprattutto i telefilm polizieschi forse avrà notato che i prodotti italiani, in confronto con quelli americani, sembrano provinciali, sentimentali e, per così dire, “stupidi”. E questo è sorprendente. In Italia ci possono mancare tante belle qualità, non certo quelle intellettuali, e i nostri uomini di spettacolo non possono essere meno intelligenti dei colleghi americani: dunque il difetto deve risiedere altrove.
Un vecchio detto inglese insegnava che “un gentiluomo non è mai scortese, a meno che non voglia esserlo”. Nel nostro caso, non sarebbero gli autori delle opere, ad essere stupidi, ma lo sarebbe il pubblico italiano. Quanto meno a loro parere. Essi sono solo obbligati ad adattarsi. E infatti i nostri personaggi, se devono essere credibili, non possono che essere popolari - ancor meglio se parlano più o meno in dialetto - e “umani, troppo umani”. Come se fosse esclusa la possibilità di un protagonista coraggioso, largamente superiore alla media e soprattutto vincente. Il nostro pubblico si è estasiato dinanzi alle gesta di un John Wayne che non aveva paura di nessuno, che non sbagliava un colpo, nemmeno da cinquanta metri, che non mangiava mai, non dormiva mai, e risplendeva per la sua superiore moralità; ma poi lo stesso pubblico è reputato incapace di accettare un commissario di polizia italiano che non abbia problemi in famiglia, che non commetta errori, che sia capace di far trionfare il bene facendosi ammirare per le sue eccezionali qualità. John Wayne può essere un eroe perché è americano, l’italiano al cinema è Alberto Sordi. E se si vuole rappresentare uno straordinario protagonista, temendo il ridicolo si va a chiamare Clint Eastwood. Gli italiani possono essere eroi come Bud Spencer e Terence Hill ma solo col nome anglosassone e comunque buttandola a ridere.

Il pregiudizio si estende ai temi trattati. Una serie come Law and Order può pescare nella complessità della società per parlare seriamente di problemi etici e giuridici, all’occasione discutendone al massimo livello, nei dialoghi italiani invece sembra si sia giurato di non dire mai una battuta intelligente, di non fare mai un riferimento culturale, di non azzardare mai un paradosso politicamente scorretto. Nel film “Il Colpo” (regia di David Mamet) Gene Hackman dice: “Il denaro fa muovere il mondo!”; “Ti sbagli, gli rispondono: è l’amore”. “Sì, l’amore per il denaro!”. Perché non dobbiamo mai sentire frasi del genere?

Lo schema fa pensare a quello che in passato è stato valido per le donne. Non erano mandate a scuola, erano adibite a compiti degradanti e alla fine, vedi caso, erano reputate “stupide”. Nello stesso modo, la nostra produzione, convinta che è quello che noi italiani desideriamo, ci fornisce telefilm di ambiente deprimente. Per fortuna, abbiamo la possibilità di cambiare canale e decretare il successo, anche economico, di quei produttori (americani) che  ci mandano perfino serie piene di miracoli come C.S.I. e comunque non ci considerano un pugno di cretini: ma questo non fa cambiare opinione ai nostri soggettisti e ai nostri registi.

Non si possono fornire approfondite dimostrazioni di questa tesi. Sia perché qualcuno può ricordare un particolare film italiano (Otto e mezzo, di Fellini!) in cui l’intelligenza e la cultura scorrono con abbondanza amazzonica, sia perché qualcuno può citare telefilm americani di esemplare idiozia. Qui si parla solo di una tendenza. L’impressione generale è che, se gli americani fanno una serie stupida, è perché non sono riusciti a farla più intelligente; mentre gli italiani, se fanno un telefilm o un film intelligente, hanno l’aria di scusarsi, promettendo di non farlo più.
E poi mantengono la parola.
Gianni Pardo,  www.DailyBlog.it
21 luglio 2011