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Caso Ilva. Sistema Italia

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La canicola agostana ha portato con sé, oltre l’insopportabile afa degli ultimi giorni, un brusco risveglio delle coscienze sugli interrogativi posti dal caso Ilva. Lo stabilimento di Taranto, sede della più grande acciaieria d’Italia e d’Europa, si è visto notificare dal magistrato Patrizia Todisco la chiusura di una parte del complesso industriale a causa delle mancate procedure di tutela dell’ambiente e della salute. A fronte dell’aumento di casi di malattie riconducibili all’alto tasso d’inquinamento nella città salentina, il gip ha ritenuto opportuno attuare la sospensione dell’attività produttiva responsabile dell’emergenza ambientale e sanitaria. Immediata la levata di scudi da parte della politica locale e nazionale, in difesa della legittimità operativa dello stabilimento come la polemica compatta contro la magistratura rea del principio d’attribuzione.

Il mondo dell’establishment politico-economico ha, infatti, ravvisato nel procedimento giudiziario il paventato blocco del sistema industriale italiano di per sé già compromesso anche a causa della perdurante crisi economica europea. In particolare il Prefetto responsabile dell’Ilva, Bruno Ferrante, in seguito alla riunione con i ministri dell’esecutivo Monti, Corrado Pansera (Sviluppo economico) e Corrado Clini (Ambiente), e con le sigle sindacali coinvolte, ha dichiarato “l’immediato stanziamento di 146 milioni di euro per risanare lo stabilimento, di cui 90 milioni già impegnati e finanziati”. Tuttavia, tale somma si rivela insufficiente per l’ammodernamento dell’impianto siderurgico. Infatti il ministero retto da Clini ha messo a disposizione 330 milioni mentre si attendono altri 680 milioni identificati dalla commissario Ue dell’industria, Antonio Tajani, nei fondi strutturali.

Nonostante i toni concilianti dell’accordo, la riunione si è svolta in clima sociale surreale.Da un lato gli operai dell’acciaieria per una volta si sono mostrati concordi con le linee guida approntate dai rappresentanti politici, dall’altro- invece- una folla di tarantini assiepati a ridosso dell’Ilva si è schierata a favore del provvedimento giudiziario, rimarcando il diritto alla salute.

Il dilemma lavoro-salute, contrasto umanamente inconcepibile, ha posto l’accento sull’atavico ritardo italiano in materia di sviluppo ecosostenibile. Tra i paesi membri dell’unione europea il sistema economico-industriale italiano sembra perseguire un’idea di ricchezza e di crescita anacronistica. Infatti le direttive Ue, relative all’impiego di risorse energetiche compatibili con l’ambiente e con lo sviluppo economico, vengono disattese dal complesso industriale italiano a causa del costo elevato delle macchine da impiegare per la lavorazione dei materiali. Eppure la strada maestra per uscire dallo stallo produttivo in cui l’Italiaè da tempo incappata deve provenire da un rinnovato modo di pensare la produzione.

Il perseguimento dell’utile può, anzi deve, coniugarsi con la progettazione di beni e servizi integrati nel territorio e non come un’oscura minaccia per la sopravvivenza della terra e dell’uomo. Non basta scongiurare la chiusura dell’Ilva se alle buone intenzioni non segue una politica industriale in grado di far coincidere lo sviluppo economico con l’interesse generale.

Loredana Orlando

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