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Pisapia: Lista «arancione»? Un caso di appropriazione indebita

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Riportiamo l’articolo del sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, apparso oggi sull’Unità del 29 dicembre 2012. Pisapia prende le distanze dal movimento politico lanciato dal Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, che nell'articolo non viene mai citato; nemmeno quando ricorda il lancio del movimento con la sua candidatura a primo cittadino del capoluogo milanese, con l'analogo coinvolgimento di altre città, tra le quali vengono citate Cagliari e Genova, mentre Napoli viene clamorosamente omessa.
Un anno e mezzo…era dal giugno del 2011, da quando sono diventato sindaco, che non riuscivo ad avere un po’ di tempo per me. Scrivo solo ora queste riflessioni, che avevo in testa da un po’ e che molti mi sollecitavano, dopo aver ricevuto da Gianni fotografo per passione e tappezziere di professione un meraviglioso regalo: un album con tante foto bellissime della campagna elettorale che ha cambiato colore a Milano, togliendo dopo diciassette anni la città al governo della destra.


Quelle immagini delle assemblee, delle strade colorate strapiene di gente in festa, di quella piazza del Duomo tinta di arancione, affollata come accadeva solo nei grandi comizi del dopoguerra, mi spingono a intervenire su quello che è stato chiamato il «movimento arancione». Perché all’orizzonte vedo un pericolo: quello che il fenomeno politico più interessante, originale e promettente degli ultimi anni, venga ucciso prima di diventare grande. Vedo il rischio che una nuova specie di leaderismo impoverisca, e ponga fine, alla preziosa novità che consiste nella reale partecipazione collettiva…

Ora, se non esiste un copyright depositato all’ufficio brevetti per quel fenomeno che è sembrato una nuova primavera della politica italiana, certo sono state Milano e la campagna elettorale per il sindaco della mia città, il punto di partenza e il centro di quel rinnovamento. In campagna elettorale ho pubblicato un diario della mia esperienza, che si intitolava proprio «Cambiare si può» (nome che ho visto ripreso…) ed era la cronaca fedele dell’ondata di partecipazione che ha coinvolto le associazioni, gli scout, le parrocchie, i quartieri, i partiti, ogni genere di comitati, i genitori delle scuole, gli studenti, i centri sociali e che si andava ingrossando ogni giorno di più. Milano era la città più saldamente in mano al centrodestra, la città di Berlusconi, di Bossi e dei colonnelli di La Russa. E se la nostra vittoria elettorale è stata possibile, è perché quel movimento ha trovato la sua più alta e libera espressione. Ed è da qui che poi si è diffusa – anche con i segni esteriori:i palloncini, le bandiere, i braccialetti arancioni… – in tutte le elezioni comunali del 2011. Ma non è per mettere il cappello, né per difendere una primogenitura, che ho deciso di prendere posizione.

Ho deciso di farlo perché sono preoccupato per i pericoli che vedo concretizzarsi all’orizzonte: vedere il popolo arancione strattonato da tutte le parti, trasformato in un aspirante piccolo partito, strumentalizzato al fine di ottenere qualche deputato, plasmato per infilarlo in una lista, accodato a questo o a quel candidato leader scelto dall’alto, mi preoccupa. E mi fa temere che questa, di trasformare gli «arancioni» nei tesserati di qualcuno, sia la strada sicura per perderli e per perdere. Siccome la conosco bene, so che la filosofia del popolo arancione è quanto di più libero esista: gli arancioni sono quelli che hanno  partecipato spesso senza avere una tessera; sono quelli che hanno lavorato per il bene comune senza essere incasellati in un partito e senza aspettarsi niente in cambio; coloro che hanno fatto politica immaginandola come servizio, non come ruolo. Il movimento arancione è stato, ed è, qualcosa di veramente rivoluzionario: è fatto di persone che, semplicemente - ed è un insegnamento di don Milani – hanno deciso di «usare le mani, invece di tenerle in tasca». La sua forza sta nella passione disinteressata e nell’unità; il contrario delle divisioni che si intravedono oggi. Sta nell’essere inclusivo, che è il contrario dell’essere settario. Nell’essere direttamente protagonista della partecipazione, non per interposta persona. Non è stato, quello arancione, un simbolo inventato a tavolino. Il processo è stato il contrario: chi ha deciso di occuparsi della cosa pubblica – che non è né scendere, né salire in politica - e di farlo a seconda di modalità sue proprie, all’interno del proprio contesto, si è raccolto sotto quel colore vitale, ottimista, positivo.

L’arancione della primavera milanese – e poi di quella di Cagliari, di Genova e di centinaia di amministrazioni comunali in tutta Italia - è stato un percorso di coinvolgimento, ascolto, partecipazione di centinaia di migliaia di persone che avevano trovato il modo di manifestare un nuovo atteggiamento, non di infilarsi in una nuova formazione, tanto meno se formata da tante sigle, spesso in contrasto fra loro. Non è pre-politica; piuttosto, se proprio occorre una definizione, è post politica. La forma-partito, al popolo arancione sta stretta. Non ha bisogno di simboli e di leader; sono tante persone diverse unite dalla voglia di partecipare e di rinnovare la politica con l’impegno in prima persona. L’arancione, dal luglio 2010, è diventato una filosofia, un’idea, un percorso, una scelta anche di vita fatta da donne e uomini molto diversi tra loro che hanno deciso di cambiare in profondità i territori dove vivono mettendo al centro del loro pensare la partecipazione attiva dei cittadini. È un cambiamento radicale che pone al centro dell’agire politico la ridefinizione di un nuovo senso civico di appartenenza alla città e alla comunità. Un nuovo senso civico che si caratterizza attraverso il rispetto dei diritti di tutti e la salvaguardia del territorio e dei beni comuni e che deve continuare ad avere le primarie come premessa per un modo diverso di selezionare la dirigenza politica e/o l’esperienza parlamentare. Ecco perché credo che una realtà così complessa non possa essere rappresentata da una lista. Ecco perché sono convinto che non siano i pur bellissimi slogan a dover unire ma il metodo. Ecco perché non ho dubbi sul fatto che il nuovo modo di fare politica, nato nel luglio del 2010 e fondato sulla democrazia partecipata, debba avere inizio dalle primarie. Infine, ecco perché condivido l’opinione di chi giudica le manovre intorno alla costituenda lista arancione un’appropriazione «politicamente indebita» e un’operazione pericolosa. Sono particolarmente attento a tutto ciò che si sta muovendo nel vasto universo della sinistra, e so quanto possa essere difficile elaborare percorsi innovativi senza subire forzature non richieste e sempre dannose. L’arancione è il colore che ha tinto i sogni di tantissime persone e non può e non deve essere utilizzato solo da una parte di queste, né contro qualcosa o qualcuno,ma per l’interesse collettivo e il bene comune. Attenzione a non uccidere l’esperienza più bella che tante donne e tanti uomini hanno costruito per dare una speranza di futuro migliore per tutti.
Pubblicato su L'Unità del 29 dicembre - ripreso dal sito di Gad Lerner

 

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