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Il destino di Napoli è nel Mediterraneo...

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...ma l'amministrazione cittadina non lo sa
Paolo Macry, in un recente fondo domenicale del CdM, ha analizzato da par suo le mutazioni genomiche e le tare della maggioranza partitica a “geometrie variabili” che sostiene l’azione amministrativa del sindaco arancione di Napoli.
Per l’autorevole cattedratico si tratta di una maggioranza trasformista ed, in quanto tale, debole e ricattabile. Ineccepibile. Ad osservare con distacco il passaggio dall’uno all’altro fronte dei consiglieri comunali, la rapidità con cui cambiano idee e ragioni - mai e poi mai riguardanti l’interesse generale della città – riporta alla mente il volo degli storni. Per numero, non siamo di fronte all’imponenza dello stormo di volatili che nei cieli italiani dà vita, in rapida sequenza, ad incredibili forme geometriche, ma l’assemblea comunale col suo defilarsi nei particulari per poi rapidamente ricompattarsi con mutato aspetto per riprendere la mera gestione del potere, senza alcun dubbio ne ricorda il modello comportamentale.

Con una piccola ma significativa differenza. Quell’oscillare tra destra e sinistra, l’aprirsi e il richiudersi, l’impennarsi ed il picchiare degli storni segue le linee di una straordinaria strategia di difesa dello stormo dagli attacchi dei rapaci. Nel caso dei consiglieri comunali, invece, ci troviamo di fronte all’inesistenza di uno straccio di strategia, all’interno della quale famelici gruppi di rapaci affondano ripetutamente rostri ed artigli nei tessuti della città asportandone quelli ancora vitali.

Napoli avrebbe bisogno di un progetto “rivoluzionario” per sconfiggere la sua malinconia civile, la perdita di ogni speranza del cambiamento. Una patologia collettiva che non può essere ricondotta alla sola decadente e corrotta classe politica, la quale altro non è che l’espressione miniaturizzata della società che la esprime. Questa singolare ed antica depressione è molto diffusa tra la borghesia ed i ceti bassi chiusi a “riccio” nella cura dei propri interessi, tra gli intellettuali e gli artisti alla perenne ricerca di un altrove da vivere, nelle nuove generazioni incapaci di inseguire un sogno.  E’ refrattaria alle impietose analisi sociologiche ed ancor più alle ipotesi di cura prospettate da una ristretta ed illuminata aristocrazia delle arti, delle professioni e della cultura.

Napoli è una città in coma profondo, per molti già morta ed in avanzato stato di putrefazione. Soltanto una taumaturgica rivoluzione antropologica potrebbe restituirle quella vitalità che seppe manifestare allorché si assegnò alla città una funzione alta. Una mutazione che, pur nella complessità delle realtà sociali napoletane, cancelli le antiche divisioni indotte dai valori del particolarismo e polarizzi le energie verso una mèta unificante.

Allo stato, la Città è sprofondata nel caos. Le periferie urbane, stereotipi dell’abbandono e del degrado, hanno smesso di essere un connotato geografico e tracimano, contaminandole, verso le zone intermedie, il centro storico ed antico e persino in alcuni ambiti dei quartieri signorili. I servizi sociali a dir poco inesistenti, la rimozione dei rifiuti – fatte salve le zone centrali della città ed a volte neanche quelle – mai puntuale ed estremamente costosa, la manutenzione del verde urbano pressoché inesistente, la mancata valorizzazione del centro antico, la rete cinematica gravemente vulnerata con l’interdizione alla pubblica mobilità di un asse primario di collegamento, una discutibile gestione dei beni comuni, costituiscono i termini di una spirale senza soluzione di continuità nel cui centro si ritrova un’amministrazione debole nei numeri e priva di una qualsiasi strategia di gestione e sviluppo. Con lo “scassamiento”, il sindaco de Magistris è riuscito, rivoluzionariamente, ad annientare persino l’ordine vischioso dell’immobilismo iervoliniano.

Le iniziative che dovevano – secondo gli amministratori arancioni della città – ricostruire l’immagine devastata dalla crisi dei rifiuti oltre a non aver conseguito l’obiettivo sono finite sotto la lente d’ingrandimento della Procura della Repubblica. A Napoli, da oltre due anni, non si parla d’altro che della Caracciolo “libberata” e delle oscene rappresentazioni che la rallegrano grazie all’inarrestabile impegno del primo cittadino.
La routine delle manutenzioni è assurta al rango di “politica” mentre si è persa ogni traccia delle ipotesi di sviluppo economico e sociale della città. E non solo per demerito dell’amministrazione arancione… 

Nel nulla di de Magistris, se non un vero e proprio progetto, ma almeno un’indicazione delle linee programmatiche per il superamento dell’attuale fase di stallo, poteva costituire per le opposizioni una potente leva per la costruzione di un’alternativa allo sfasciume arancione. Niente. Il buco nero degli orange ha inghiottito anche queste. Sul campo del confronto dialettico con l’amministrazione comunale restano gli intellettuali non organici al potere e le associazioni civiche. 

Queste due entità, la cui consistenza numerica e qualitativa cresce a vista d’occhio, possono in concreto avviare l’attesa mutazione antropologica del Neapolis hominis, sempre che riescano a liberarsi dalle pastoie del contingente e dei particolarismi. E’ da loro che può venir fuori un grande progetto in grado di tracciare il futuro della città, d’impegnare l’intera cittadinanza su obiettivi qualificanti e d’interesse collettivo, d’infondere quello che negli anni craxiani si chiamava l’ottimismo della volontà sì da debellare la malinconia civile di Partenope.

Tramontata la Napoli industriale, esauritesi senza un nulla di fatto in termini di promozione turistica e con evidenti perdite economiche le discusse iniziative di de Magistris & Compagnia bella, il nuovo modello di sviluppo non può che far perno sulle enormi potenzialità non ancora capitalizzate del patrimonio storico-architettonico e, soprattutto, come insegna la storia di Napoli, sul mare.

Un mare che non può essere quello scenografico, effimero e plebeo di de Magistris. Ma il mare del lavoro, negletto e vilipeso dai politicastri. Il Mediterraneo che bagna Napoli e ne sostanzia l’esistenza. Tutto riporta ad esso: turismo, commercio, portualità, infrastrutture, logistica, cantieristica, cultura. Eppure il porto di Napoli, l’ultima delle “grandi industrie”, attende ancora la definitiva approvazione del Grande Progetto e del Piano Regolatore. Un consenso che determinerebbe investimenti per oltre un miliardo e trecento milioni, ma che invece, tarda a giungere perché gattopardescamente i partiti stanno dando vita ad un remake di film già visti, con nomine attente solo a chi deve gestire gli investimenti – ha rimarcato Lina Lucci - segretario generale della Cisl Campania - favorendo nelle gare gli amici degli amici, attraverso meccanismi corruttivi, a tutto discapito del territorio.

Di questo, come dello smembramento della Mostra d’Oltremare, dei musei fantasma del Mare e dell’Emigrazione, dello sviluppo urbanistico mai nato dei due ex poli industriali, si parla poco o niente. Nel frattempo alti nel cielo, confusi tra gli storni, volteggiano in lugubri cerchi concentrici, gli avvoltoi dell’affarismo e della speculazione. E mentre la palude tracima, in città l’orchestrina del Titanic continua a polemizzare e discettare del lungomare vandalizzato, di monumenti sfregiati, rifiuti non differenziati, scandalose bonifiche mai concluse.

Occorre andare oltre, volare più in alto… Il Mediterraneo ha riconquistato, grazie allo sviluppo dei traffici marittimi provenienti da Cina, India, Corea e Giappone e diretti ai mercati europei, una nuova e rilevante centralità. La stessa economia della sponda Sud del bacino rappresenta la quarta e crescente economia mondiale.
Le grandi città del bacino sono in gara tra loro per ritagliarsi uno spazio in questa ritrovata dimensione. Tangeri, Port Said, Damietta, Algeciras si sono dotate di notevoli piattaforme logistiche in grado di recepire e rilanciare le merci trasportate da gigantesche navi portacontainer. Marsiglia, Genova, Barcellona e Venezia svolgono all’interno del bacino mediterraneo funzioni di grandi poli culturali. All’appello manca ancora Napoli. Chissà se il sindaco de Magistris ne conosce le ragioni…
Lidio Aramu

 

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