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Dove sbaglia Maurizio de Giovanni

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In una Napoli in cui le classi e i ceti sociali hanno vissuto sempre in modo isolato, c'è un pezzo di società che oggi si sta ribellando al tentativo di cancellare la memoria storica della città
In una recente intervista rilasciata a Parallelo 41, nella quale si chiedeva se Napoli fosse una città senza speranza, lo scrittore Maurizio de Giovanni ha sostenuto, confermando nella buona sostanza la tesi del giornalista, che “Napoli è una città che ha perso la sua identità” ove i cittadini hanno “perso il senso della comunità… e che la perdita di identità è la gravissima colpa, originaria, della borghesia napoletana che si isola, si disinteressa della propria città, si chiude nei suoi salotti”.

Ma quale identità avrebbe perso? Quella territoriale messa a dura prova dalla dilagante cachistocrazia, quella sociale altrimenti detta “senso di comune appartenenza”, o quella definita da una funzione economica dominante?

Non credo che si fosse riferito al complesso geologico, orografico, naturalistico paesistico che compone e caratterizza la forma ed il territorio della città. A parte la migrazione ottocentesca della nascente borghesia industriale verso l’occidente con la susseguente urbanizzazione del “Rione Amedeo” e del colle posillipino, gli sconvolgimenti del “Risanamento” e quelli più contenuti delle bonifiche fasciste, “Napoli centrale” è rimasta pressoché inalterata da secoli tanto che anche ad un occhio non allenato è possibile riconoscere l’impianto urbanistico greco-romano e, risalendo per i rami della storia, quello svevo-angiono, aragonese, spagnolo, borbonico e così via. Persino le degradate ed estese periferie urbane, monumenti all’illegalità incontrastata, continuano immobili a mostrarsi nella loro alienante desolazione, avulse come sono da qualsiasi ipotesi di un loro recupero ad una dimensione umana. Paesaggisticamente la città resiste nonostante il notevole impegno che sta profondendo il sindaco de Magistris per stravolgere la stupenda litoranea borghese, il luogo che universalmente richiama valori e tradizioni di Napoli.

De Giovanni potrebbe essersi quindi riferito all’identità sociale o a quella produttiva. Con una nota definizione, Richard Sennet nel suo “Il declino dell’uomo pubblico”, riconosce alle città moderne la funzione di punto d’incontro d’individui estranei. Individui che secondo Bauman resteranno estranei anche al termine dei loro incontri, senza un passato, senza un futuro. E’ forse a questa estraneità che lo scrittore si riferiva dando la sua risposta all’intervistatore?

Ma Napoli può essere considerata una città moderna? Per quanto si possa essere ben disposti, è difficile sovrapporla alla città moderna così come l’ha definita Anna Lazzarini – antropologa e ricercatrice all’Università di Bergamo - nel suo saggio “Polis in Fabula”. La città moderna europea presenta un disegno politico coerente, un forte isomorfismo tra funzioni saperi, poteri e territori: ha saputo organizzare al proprio interno individui, gruppi, attività e servizi secondo i principi integratori dello stato nazionale e secondo una logica dello spazio e della circolazione funzionale alla fabbrica manifatturiera.

Napoli, secondo i retori della politica, va verso la piena terziarizzazione delle sue funzioni produttive. Intanto l’ex comprensorio industriale a ridosso del porto è stato destinato alla speculazione edilizia.

Un’amministrazione comunale che avesse avuto a cuore il bene comune di Napoli l’avrebbe invece destinata a funzioni di servizio allo scalo marittimo per aumentarne l’efficienza e la recettività. E come se non bastasse, tra poco più di un mese scadrà il mandato dell’ammiraglio Luciano Dassatti ed i politici stanno ancora litigando per conquistare la presidenza dell’Autorità Portuale.

Napoli non ha perso la sua identità. Nel corso dei secoli è stata sempre quella con cui ci confrontiamo quotidianamente. Una città apparentemente immobile dove le grandi “rivoluzioni” economiche sono state imposte dalla volontà politica del Governo nazionale: la legge per il risorgimento economico dell’8 luglio 1904 che ne determinò l’industrializzazione o, come negli Anni del Littorio, quando con il Porto dell’Impero, Napoli divenne testa di ponte tra l’Italia e le colonie italiane d’oltremare.

I napoletani non hanno perso il senso della comunità se a questo termine si dà il senso di società. Non lo hanno mai avuto. La malattia di Napoli – ha scritto Aldo Masulloè la separatezza, l’isolamento non solo tra classi e ceti, ma all’interno di ciascuna classe e di ciascun ceto […] non c’è tessuto connettivo, non c’è società. Per ciò Napoli dai suoi abitanti viene vissuta senza speranza

Manca il collante, l’idea forza, il comune sentire, in grado di produrre quello scatto in avanti verso una rivoluzione antropologica che cancelli per sempre l’infame quanto realistica definizione dei napoletani scritta dai dominatori spagnoli nel Seicento: “I napoletani servono il padrone del presente rimpiangendo quello del passato, aspettando quello del futuro”. Un servilismo che nei secoli si è tramutato in clientela alla ricerca del protettore di turno e che ha dato luogo ad un sistema corrotto e corruttore. Un sistema in cui l’anonima folla urla (a volte), protesta (di rado), non per soddisfare un bisogno di equità sociale, ma per trovare singolarmente la porta larga.

Ma qualcosa sta cambiando. In positivo. Ad urlare non sono più le masse informi e senza volto della politica, non i disoccupati organizzati, non i corsisti a cui la politica promise una sistemazione post-elettorale, ma un’aristocratica minoranza, antesignana di un esteso movimento civico, che si oppone ai tentativi di cancellare la memoria storica della città. La composizione di un agar interclassista su cui inseminare e far sviluppare un’idea unificante è senz’altro uno dei pochissimi meriti che possono essere ascritti al sindaco de Magistris.  
Il mondo dell’associazionismo civile è, infatti, insorto di fronte allo scempio perpetrato ai danni d’importanti memorie della storia di Napoli e all’abbandono degradante del patrimonio storico e monumentale del centro antico/storico.

E’ la cittadinanza attiva che riprende la ricerca delle proprie radici e su queste costruisce, con l’alleanza tra ceti e classi, quello spirito comunitario alto e nobile che fino ad oggi è mancato, senza pretendere però che esse possano rappresentare anche il futuro di una città cristallizzata. Ma che le dinamiche della crescita urbana e della qualità della vita debbano seguire la strada tracciata dalla Tradizione, questo lo pretendono. La tradizione non è la conservazione. La tradizione è viva – sostiene Franco Cardini – e si esprime nella dinamica degli eventi e delle scelte. Un’evoluzione che va ben oltre la rassegnazione ed il pessimismo di maniera.
Lidio Aramu

 

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