Verde urbano

L’insopportabile calura degli anticloni africani, le aiuole rinsecchite ed i giardini inariditi, la liquefazione dei giardinieri di Napoli sono tutti sintomi dell’incipiente desertificazione di Napoli. Un processo irreversibile che interessa uniformemente, senza distinzioni di classe, i suoli collinari e quelli a livello del mare e nel quale l’opera umana è sempre determinante.
Il grave rimaneggiamento del patrimonio arboreo della villa Comunale procurato dai lavori di un’inutile tratta ferroviaria sotterranea, retaggio del progetto LTR (linea tranviaria rapida), il più grande scandalo della tangentopoli napoletana degli anni '90. Il progetto del parco della Marinella (1998) con il quale si voleva ricreare l’antica “Villa del Popolo” non ha mai visto la luce e l’area compresa tra via A. Vespucci e piazza Duca degli Abruzzi è diventata un campo improvvisato di extra-comunitari e rom che vivono in condizioni igieniche disumanizzanti tra topi, insetti e rifiuti di ogni genere. I giardini di via Ruoppolo e del Parco Mascagna, quelli di Piazza Salvatore Di Giacomo e del Parco Virgiliano. Tutti accomunati da un’intollerabile e degradante desolazione.


Il viale di Augusto con i giardini delle tre grandi piazze adiacenti ad esso, può per storia e condizione essere assunto ad emblema della pochezza culturale dei pubblici amministratori. Ideata come “arteria del traffico veloce”, rispetto alla parallela “arteria del traffico pesante” posta a servizio del polo industriale di Bagnoli, rappresentava il corridoio per raggiungere agevolmente l’ingresso principale della Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare. Per questo, al fine di evitare ogni accenno retorico fu tracciato con un andamento leggermente curvilineo in modo da evitare l’immediato impatto visivo con la creatura di Tecchio e Canino. Quel che invece doveva colpire era la sua monumentalità data dalla lungimirante ampiezza delle carreggiate stradali per i due sensi di marcia e, soprattutto, da tre ordini di giardini lunghi quanto il viale ove tra pini marittimi, cedri e palme nane, primeggiavano la palma delle Canarie e la palma da dattero (quest’ultima proveniente dall’oasi libica di Zuara).

Dopo un ventennio di decorosa sopravvivenza, per l’unico boulevard napoletano, cominciò un inarrestabile degrado. Molte delle aiuole laterali furono eliminate per poter collocare tavoli, sedie ed ombrelloni (Bar Galano), installare le pensiline delle fermate degli autobus (Atan) e realizzare la prima tratta della LTR (Ansaldo Trasporti). Dopo l’alterazione della simmetria del verde, al viale venne anche negata la funzione propria di collegamento con la realizzazione di un dissennato progetto di asservimento dell’intera piazza Italia alla stazione della LTR. Sorte migliore non hanno avuto i lampioni fascisti in vetro-cemento benché fossero tutelati perché testimonianze del razionalismo. Usurati dal tempo e dall’inesistente manutenzione sono stati brutalmente cancellati dallo scenario. 

A dare il colpo di grazia al vialone littorio, ha provveduto il Punteruolo rosso.
Lo scenario è avvilente. Un lungo tappeto di prato giallo-marroncino su cui spiccano, infestanti rinsecchite, le parti basali delle palme segate mentre le superstiti attendono malinconiche e rassegnate, che si compia anche per loro l’infame destino. Eppure in città come Palermo e Sanremo i palmizi sono stati salvati dalle amministrazioni comunali.

In molti a Napoli cominciano a chiedersi che fine abbiano fatto i circa 800 giardinieri in pianta organica.
E’ rarissimo, infatti, che si vedano in giro. Probabilmente operano di notte o forse sono in attesa che i prossimi anticicloni completino l’opera distruttiva. Eppure a guardar bene, si ha la prova della loro esistenza osservando le potature eseguite fuori epoca, dove la cesoia ha lasciato il posto ad un uso barbarico della motosega. Ma anche questo, in tutta evidenza, fa parte del disegno di desertificazione. Gli squilibri provocati alla fisiologia delle piante porta spesso al loro indebolimento mentre i mostruosi tagli consentono ai patogeni di penetrare nei vasi linfatici e di provocar loro una lenta morte.

Ma la Natura si sa reagisce per “istinto di conservazione”. E lo si vede dai bordi dei marciapiedi o lungo i perimetri dei fabbricati. Dovunque spunta una lussureggiante vegetazione di romici, chenopodi e parietarie per la gioia degli allergici.

L’amministrazione, evidentemente consapevole dell’opera inadeguata dei giardinieri comunali (continua però a pagarli) ha cominciato ad affidare spazi destinati a verde pubblico a soggetti pubblici e privati. I risultati però, osservando i manti erbosi riarsi dal sole, non sono ancora apprezzabili.

Il verde urbano rappresenta un “bene comune” inalienabile, in particolar modo a Napoli, ove i problemi dell’inquinamento atmosferico e la mancanza di luoghi deputati alla socializzazione influiscono negativamente sulla qualità della vita. La mancata manutenzione del verde urbano annulla ogni valore estetico alla città e ne diminuisce l’appeal turistico.

Il governo della città non lo si valuta dai meriti, reali o presunti, di chi in quel momento detiene il potere, ma lo si valuta dagli effetti che esso produce.  E quel che abbiamo visto sin ora non ci rassicura. Per nulla.
Lidio Aramu