Il sindaco De Magistris voleva liberarlo, ha invece creato un luogo qualunque ed estraneo (pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno del 15 luglio 2012)
Sul palcoscenico della città poi si collegano e si rappresentano gli interessi. Prendono forma l’immagine e l’identità di una comunità. Nonostante tutto, la città resta la base naturale di espressione e di organizzazione degli strumenti dell’inventività umana. Della cultura e dell’ economia. Per questo si è tornati a discutere con grande passione delle città. Guardarle vivere, guardare il modo in cui esse danno forma alla propria vita è anche un modo per capire chi ce la farà e come nella grande trasformazione della crisi globale.
Perché la città è scena e palcoscenico, ma anche spettacolo di se stessa e ogni città, come sappiamo, si mette in scena a modo suo. Con il tempo, le letture e i viaggi, l’esperienza, ciascuno di noi si è costruito un piccolo album di stereotipi urbani. Un breve e casalingo repertorio di conoscenza universale in cui pure è racchiusa una briciola di verità. I newyorkesi fanno jogging a Central Park. Sulle sponde della Sprea, a Berlino, ai primi raggi del sole primaverile, i tedeschi si stendono sull’erba della riva, le dita dei piedi libere dalle strette calzature dell’inverno, leggono e bevono lunghi caffè. E poi c’è Parigi e la ‘‘scalata’’ del Sacro Cuore, le strade di Londra, gli aperitivi di Milano ai bordi del Naviglio grande: ognuno di questi sfondi è un centro, un’invenzione della vita spontanea espressa dalle città, che plasma lo spazio urbano spostandone, secondo le epoche e le stagioni, come in un corpo, i punti focali, i nodi attorno ai quali si aggrovigliano e si sciolgono le tensioni e le passioni dell’anima sociale.
Perché le città vivono, sono enormi corpi collettivi che si fanno spazio, diventano il proprio spazio. Si allargano e si restringono riorganizzandosi intorno a fuochi di volta in volta diversi. E come i corpi, le città soffrono in alcuni punti più che in altri e sono felici con maggiore o minore espansione a seconda dei plessi mobilitati dalla loro complessa psicologia. Questa natura senziente del corpo urbano è tutt’altro che una metafora. È la condizione stessa della nostra vita associata. Mi è capitato giorni fa, in compagnia di alcuni amici, di fare una passeggiata lungo via Partenope, il famoso lungomare, la piazza Plebiscito del sindaco de Magistris. Chiusa al traffico, di fatto consegnata ai ristoratori della zona che hanno invaso con i loro tavolini mezza carreggiata, animata di napoletani a spasso nel sole calante di un pomeriggio particolarmente caldo. C’erano i ballerini di tango, gli avventori dei bar e dei ristoranti e un nugolo di spettatori che appoggiati ai muretti guardavano gli uni e gli altri. Mi sono chiesto cosa stavo vedendo. La domanda viene spontanea, perché da sempre i napoletani e molti provinciali scendono verso il mare a godersi il panorama, lo spettacolo della città e un po’ di fresco. De Magistris ha avuto sicuramente un’ intuizione. Si è impossessato di questo spazio della vita spontanea della città e ne ha fatto un luogo, un nuovo centro napoletano.
La Napoli di de Magistris appunto. La caratteristica fondamentale di questa intuizione è, mi pare, il fatto che per la prima volta, nell’ultimo quarto di secolo, la rappresentazione ufficiale della città avviene al di fuori, diciamo così, della sua cornice abituale, colta, accademica. È una messa in scena piccolo borghese, da scampagnata domenicale, che ignora il centro storico, i monumenti della città antica. Di chi non sa e non ha nessuna intenzione di rendere omaggio alla tradizione intellettuale napoletana e ai suoi luoghi canonici. Né d’altra parte si poteva immaginare che nell’afa estiva, qualcuno che non fosse un turista francese o tedesco, si inerpicasse per i vicoli stretti dei quartieri. Un gelato, un aperitivo, una pizza e la serata è fatta, sullo sfondo di un arco di città che resta straordinario. Ora, il punto di questa intuizione non è il rango o lo status dell’esperienza che essa propizia. Ma la sua qualità e gli strumenti di governo predisposti. Se le città respirano, la domanda che mi sono fatto insieme ai miei amici, l’altra sera, era se veramente in quel posto e in quel modo tutti quelli che ci stavano riuscivano a tirare un sospiro di sollievo, a prendersi una pausa, a godersi la serata. L’impressione invece era quella di una affannosa ricerca di un luogo, come se quello che c’era non bastasse, come se la sua capacità di riempire di senso l’esperienza dei singoli e di tutti fosse troppo labile e incerta. I ballerini di tango, gli avventori dei ristoranti che li guardavano, i podisti che facevano jogging, ognuno di loro narrava di un’altra città, portava con sé gli elementi di un racconto diverso. Chi rimpiangeva Central Park, chi sognava San Telmo a Buenos Aires, la Casa Rosada e il mercato di Plaza Dorrego, nessuno di loro stava veramente a Napoli. L’esito paradossale della recinzione del lungomare è di averlo trasformato in un luogo qualunque, nel mero pretesto di una messa in scena dei consumi e dei frammenti di stili globali dei nuovi cittadini napoletani. Di una porzione ristretta di essi, per la verità.
Gli unici che sembravano sapere veramente quello che facevano erano gli spettatori, gli abituali frequentatori della passeggiata a mare, ragazzi e ragazze a spasso, che insieme al gelato si erano venuti a prendere lo spettacolo esotico allestito per una sera a Napoli, una specie di ‘‘Ballando con le stelle’’ en plein air. Niente in ogni modo che avesse un legame reale con la città. Questa estraneità a Napoli è il prodotto del modo con il quale l’amministrazione comunale ha approntato questo spazio del divertimento dei napoletani e come tale è un segnale ulteriore della incapacità di questa giunta di produrre un’idea generale della città. Napoli, semplicemente, non esiste nella rappresentazione di chi la governa. Questo sentimento di non appartenenza è particolarmente evidente nella approssimazione con cui è stata predisposta la zona senza traffico. Andate a margini di quest’area. Il perimetro della nuova città di de Magistris è segnato con dei bidoni di plastica, del tipo di quelli che si trovano sulle strade extraurbane per dividere le carreggiate. Quando ci sono, le fiorire sono completamente abbandonate a se stesse. Popolate di sterpi rinsecchiti, diventano facilmente il ricettacolo di ogni tipo di rifiuto da gita fuori porta. Lattine, sacchetti di patatine, bicchieri. Mi rifiuto di pensare che il sindaco non abbia un netturbino o un giardiniere da mandare in servizio in quella zona. Lo spettacolo che ne risulta è quello di uno spazio qualunque, ricavato alla bell’ e meglio perché ognuno ci faccia un po’ quello che gli pare.
Questo è il lungomare di de Magistris. È lo specchio di un’amministrazione che non ama la città, che non la sente come un organismo vitale, che non ha il gusto di governarla. Altrimenti non si spiegherebbe la sciatteria, l’approssimazione, la scarsa cura con cui è stata preparata la scena. Se poi l’incauto passeggiatore, abbandonato il nuovo centro estivo della città, risale per via Santa Lucia, piazza del Plebiscito e si incammina per via Roma, ebbene lo spettacolo che qui gli si para dinanzi è letteralmente spettrale. Di sera via Roma è una strada abbandonata a se stessa, assediata da cumuli di immondizia lasciata lì da giorni, a cui si aggiungono le pile di cartoni dei negozi e che nessun camioncino della nettezza urbana è venuto a ritirare. Ogni ribalta ha il suo retroscena, certo. Ma qui appare qualcosa di più profondo e più grave. L’incapacità di pensare i rapporti urbani, di mettere in collegamento i nodi della rete cittadina. Di unire il mare con le Chiese, i bar con le librerie, i ristoranti con le piazze. Dietro tutto questo c’è l’assenza totale di un’immagine condivisa della città. Se Napoli dovesse essere compendiata in uno slogan, il nostro sindaco rimarrebbe letteralmente a bocca aperta senza sapere cosa dire. Se Milano è la città della Moda. Se Torino, dopo essere stata per tutto il Novecento one company town, ha saputo mettere a frutto i grandi eventi per dare vita ad una specie di keynesismo urbano che ha avviato una profonda trasformazione della città. Napoli, che cos’è? La città del mare? Il sindaco ha certamente aggiornato l’immagine del mare, l’ha commercializzata. Ma un video su Youtube può andar bene per la propaganda. Non crea un’economia. Quella sera poi il mare lo guardavano in pochi. Forse chissà, perché come cantava Pino Daniele, il mare sta sempre là, tutto sporco, pieno di immondizia che nessuno lo può guardare. Il mare, appunto, sta sempre là. Quello che manca è un governo decente della città.
Adolfo Scotto di Luzio
Corriere del Mezzogiorno
15 luglio 2012
