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Sabato 07 Luglio 2012 11:19

Riprogettare Napoli In evidenza

Scritto da  Lidio Aramu
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Solo un ritrovato orgoglio degli architetti e degli ingegneri delle nostre Facoltà potrà dar vita ad una Napoli moderna e vivibile
Napoli vista dal mare dà l’idea di un immenso antico teatro greco con le alture a fare da cavea e le sue parti pianeggianti da scena. A guardarla dall’alto invece mostra tutta la sua complessità strutturale, ma l’occhio viene rapito dalle forme della Natura: il prorompente seno Monte Somma/Vesuvio, la falce del golfo e soprattutto l’ameno contrasto cromatico di cielo, mare e terra.

La città in sé, vista da Sant’Elmo, francamente non è bella. Le strade, i vicoli attraversano il tessuto urbano come le rughe che solcano il volto riarso dal sole di un vecchio pescatore.Una città – ha scritto Raffaele La Capria - muore quando non viene ripensata continuamente, quando su di essa non c'e' più niente da dire perché non dice più niente. Ma per dire qualcosa su Napoli, per ripensarla, bisogna disseppellirla dagli strati delle vecchie rappresentazioni che la coprono fino a renderla invisibile, bisogna farla venire alla luce con un’accurata archeologia della mente.

L’immagine che si offre ai nostri occhi è sostanzialmente identica a quella che ammiravano i napoletani dell’Ottocento. I decumani, i cardines, le cupole che, qui e là, spezzano con le loro forme policrome il grigiore del costruito.
Eppure questa è la stessa città che ispirò a Walter Benjamin la famosa - ed ormai abusata e snaturata - metafora di “città porosa”. Una città ove dappertutto si conserva lo spazio vitale capace di ospitare nuove, impreviste costellazioni. Il definitivo, il caratterizzato vengono “rifiutati”. Una città fatta di sangue e pietra nella quale nessuna forma era stata pensata “per sempre”.

Oltre la cresta delle colline di Napoli, lo scenario muta radicalmente. Non più gli orti di Napoli, le fertili pianure occidentali e l’agricoltura intensiva e redditizia degli impianti serricoli di Ponticelli. Ma case su case costruite al di fuori di ogni logica e strumento urbanistico. E’ la periferia urbana ove ha regnato - ed è tutt’ora vitale – incontrastato l’abusivismo edilizio grazie alle connivenze di quanti avrebbero dovuto invece bloccarlo sul nascere ed impedirne l’espansione.  E’ la periferia dei quartieri residenziali privi o carenti di servizi, verde pubblico e di spazi per la socializzazione. E’ la periferia dell’alta densità edilizia, delle inadeguate tipologie architettoniche.

La speculazione edilizia ha ricostruito la corona di spine di nittiana memoria, con la differenza che questa volta la metafora non rappresenta più la concorrenza fiscale messa in campo dai comuni appena fuori dalla cinta urbana, ma i grani di un rosario ove ognuno di essi rappresenta un luogo invivibile. Dove - scriveva Raffaele La Capria nel suo “Occhio di Napoli!” - se ti capita di sbagliare strada, vai a finire in periferia e puoi arrivare all'inferno.

A Napoli, è improprio parlare genericamente di periferia urbana. La sua differente origine ha dato luogo a tre ambiti periferici: occidentale, settentrionale ed orientale. Tuttavia i tratti urbanistici che distinguono la “città periferica” si ritrovano diffusamente in tutti i quartieri della cinta urbana ed in numerosi quartieri del centro cittadino. Non è quindi solo una questione di dislocazione.

Ciclicamente i roventi problemi delle periferie di Napoli tornano alla ribalta. Sono stati affrontati nel ’72 con l’approvazione del Piano Regolatore Generale in sostituzione del precedente datato 1939 – XVII E.F., con la modifica del ’71 alla legge 167 grazie alla quale sono sorti i quartieri popolari di Scampia e Ponticelli. Nel dopo il sisma del 1980, con il “Piano delle periferie”. Piano urbanistico elaborato in applicazione della legge n.167/1962 e successive modificazioni con l’intento di recuperare i dodici centri di origine agricola della periferia della città: Soccavo, Pianura, Chiaiano, Piscinola-Marianella, Miano, Secondigliano, S.Pietro a Patierno, S.Arpino, Ponticelli, Barra-S.Giovanni, S.Alfonso.
Con la Variante al Piano regolatore generale per il centro storico, le zone orientali e nordoccidentali, approvata dal Presidente della Giunta regionale nel giugno 2004, sono individuati numerosi ambiti di trasformazione nei quali tra l’altro vengono previsti una congrua dotazione di attrezzature e pubbliche aree a verde.

I risultati non sono stati pari alle attese. Giovanni Adelfi, amministratore delegato Borsa Immobiliare di Napoli, ha recentemente affermato che le periferie, in particolar modo, possono essere considerate un grande accampamento residenziale provvisorio; la maggior parte del patrimonio edilizio delle “periferie napoletane” è di scarsissima qualità architettonica e costruttiva, generalmente non antisismico, con impiantistica superata, non “sostenibile”, carente di servizi (verde, parcheggi, luoghi di aggregazione, ecc.), nei prossimi dieci anni rischia di diventare totalmente obsoleto e dovrebbe essere sostituito.

Il Piano Nazionale per le Città contenuto nel Decreto Sviluppo, approvato di recente dal Governo, costituisce senz’altro una preziosa opportunità. Tale Piano per la rigenerazione e riqualificazione delle aree urbane degradate delle città, infatti, consentirà di realizzare nuove infrastrutture, di costruire parcheggi, alloggi e scuole, grazie all’immediata disponibilità di fondi pubblici per 225 milioni di euro.

Il problema delle periferie tuttavia va affrontato guardando alla città nel suo complesso. Proprio nella visione parziale degli interventi risiedono le ragioni della mancata riqualificazione delle periferie, afflitte come sono dal degrado strutturale e soprattutto dal mancato decentramento di funzioni primarie, da una disattesa valorizzazione delle notevoli risorse “periferiche” in termini economici, culturali e sociali, da una limitata mobilità, dai carenti ed inefficienti servizi.

La variante approvata dalla giunta municipale, la necessità di dare finalmente una fisionomia alla riqualificazione urbana di Bagnoli, gli interventi previsti dal Piano regolatore e quelli realizzabili con il Piano Nazionale delle città dovrebbero spingere gli architetti e gli ingegneri ad abbandonare la navigazione di bolina alla ricerca “amicale” di incarichi professionali e a ritrovare lo spirito coeso della corporazione a servizio del pubblico interesse da opporre ad una politica insipiente e priva di motivazioni culturali.

Quanti i progetti elaborati dalle nostre eccellenti facoltà giacciono impolverati sul fondo dei cassetti dei vari dipartimenti e quanti giovani e validi professionisti continuano ad essere totalmente ignorati.  Occorre uno scatto d’orgoglio. E’ l’ora di intensificare e di elevare i contenuti del dibattito sulla forma urbis prossima ventura. Al potere supponente e mercificante della politica si deve opporre quello della conoscenza, della tecnica e della cultura.  E chi se non voi, costruttori di città, può farlo? Ludwig Wittgenstein asseriva che: La differenza fra un buon architetto e un cattivo architetto consiste oggi nel fatto che quest'ultimo soccombe a ogni tentazione, mentre l'altro le resiste. O realmente credete di poter restare beatamente «addormuti» fidando nell’intervento del professor Perrone e del suo santo protettore Vincenzo?
Lidio Aramu

Ultima modifica Sabato 07 Luglio 2012 12:46
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